Il Venezuela “bolivariano” è una dittatura. Lo è apertamente da quando, lo scorso 30 luglio, la cricca da quasi un ventennio al potere ha, con somma sfacciataggine, assegnato a se stessa poteri assoluti, fraudolentemente convocando e fraudolentemente eleggendo un’Assemblea Nazionale Costituente plenipotenziaria con l’ovvio obiettivo, non di scrivere una nuova Costituzione, ma di distruggere ogni residua forma di legalità costituzionale.

Il Venezuela “bolivariano” è una dittatura. Ed inevitabile era che, alla prima occasione, finisse anch’essa per mostrare due delle virtù – la stupidità e la ferocia – più frequentemente esibite da ogni tirannia. O, più esattamente: che finisse anch’essa, con la stupidità e la ferocia che, in ogni latitudine, caratterizzano ogni tirannia, per creare un eroe ed un martire, un morto ammazzato nello specchio della cui morte chiunque può oggi leggere, senza veli, tutta la miseria politica, morale ed umana, tutta la reazionaria indecenza d’un regime che, pure, con immutata sfrontatezza, continua a parlare il linguaggio della rivoluzione e dell’eguaglianza.

Quell’eroe e quel martire – come già sa chiunque segua le tristi cronache venezuelane – si chiama Óscar Pérez. E, come quasi sempre accade, a renderlo tale – un eroe ed un martire – non sono state tanto la sua vita e le sue gesta, quanto la sua morte o, ancor meglio, il modo in cui l’hanno ammazzato. Pérez era l’ex membro dei corpi speciali di polizia che, lo scorso 27 di giugno – proprio nei giorni in cui, attraverso l’elezione della nuova ANC, il cappio della dittatura andava stringendosi attorno al collo del Venezuela – aveva sorvolato con un elicottero sottratto alla polizia di stato la sede del Tribunale Supremo di Giustizia lasciando cadere una granata da esercitazione ed esibendo uno striscione che esponeva il numero 350. Ovvero: il numero dell’articolo della Costituzione che sancisce il “diritto alla ribellione” a fronte d’una rottura dell’ordine costituzionale.

Óscar Pérez ha sempre affermato, nelle interviste concesse nella clandestinità, che quell’azione – più tardi seguita da un altrettanto incruento furto d’armi in una caserma – era stata accuratamente studiata per non causare alcun danno alle persone. E la sua improvvisa ed eclatante apparizione sulla scena politica aveva suscitato, in un Venezuela nel quale le grandi proteste dell’estate già andavano scemando in una diffusa rassegnazione, assai più perplessità che consensi. Molti, in un’opposizione indebolita dalle proprie divisioni e dalla cronica assenza d’una credibile leadership, avevano ironizzato sullo stile alla “rambo” dell’ex membro dei corpi speciali di polizia (che, peraltro era effettivamente stato, in passato, anche attore). Ed altri lo avevano addirittura bollato come uno strumento di “provocazione” manovrato dal chavismo. Pérez appariva, di fatto, come un attore senza pubblico o, al massimo, come una folcloristica nota nel tragico ed affamato panorama venezuelano. Ma per il governo – un governo che, notoriamente, per bocca del “comandate eterno” Hugo Chávez, non aveva, a suo tempo, esitato a rivalutare la figura del “grande rivoluzionario” Ilich Ramírez, detto “Carlos lo sciacallo” – Óscar Pérez era un “terrorista”, un pericolosissimo assassino al servizio dell’imperialismo.

E come tale lo hanno eliminato, anzi, lo hanno – stando alla burocratica forma usata dal governo – “disattivato”. Come? Ovviamente seguendo il molto classico canovaccio “extra-giudiziale” con tanta generosità applicato dalle dittature latinoamericane degli anni ’70-’80. Individuato il suo rifugio in una casa di El Junquito, alla periferia di Caracas, lo hanno circondato insieme a sette suoi compagni e, ignorata la sua disponibilità alla resa, lo hanno ammazzato. Anzi: in piena coerenza con una tattica che non prevede né prigionieri né testimoni, li hanno ammazzati tutti.

Naturalmente la versione ufficiale parla – in piena sintonia con gli analoghi casi degli anni 70-80 – di “confronto armato”. Ma a smentirla – anzi a ridicolizzarla al di là d’ogni ragionevole dubbio – non ci sono soltanto i video che, diffusi in rete, testimoniano la piena disponibilità alla resa di Pérez e dei suoi compagni, o le copie dei certificati morte che, filtrati dalla morgue di Caracas, mostrano come tutti i “terroristi” siano stati uccisi da un colpo alla testa. Il vero atto d’accusa contro la dittatura è stato, anche in questo caso, scritto – e scritto con grossolana efferatezza – da una dittatura che, per coprire il suo crimine, è giunta al punto di negare ai parenti, il diritto di vedere e, poi, di seppellire dove volevano i corpi dei loro cari. Le immagini della madre di Óscar Pérez che reclama, per misericordia, il corpo del figlio ucciso sono ormai parte dell’immaginario collettivo venezuelano. Pérez è stato infine d’autorità inumato, nottetempo, in un quasi inaccessibile angolo del Cimitero dell’Est di Caracas. E fin troppo facile è prevedere che ora, sulla sua tomba, non mancheranno mai i fiori.

Qualcuno va ricordando come, nell’Antigone di Sofocle, sia stata proprio la mancata sepoltura d’un corpo – quello di Polinice, per ordine di Creonte – a marcare l’inizio della fine della dinastia che regnava sulla città di Tebe. Il regime chavista appare in verità molto più incline, nonostante la crudeltà del massacro di El Junquito, alla farsa che alla tragedia. Ma potrebbe egualmente avere, con l’assassinio di Óscar Pérez, preparato per se stesso un analogo destino.