“Chi ride mentre sta accoltellando una persona non merita di vivere, dev’essere messo a morte”. Sono le parole pronunciate mercoledì scorso dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, durante il dibattito che ha preceduto il primo voto del parlamento sulla proposta di legge per rendere più semplici le condanne a morte per “atti di terrorismo”.

Il riferimento di Netanyahu era al triplice omicidio in una famiglia di coloni di Halamish, avvenuto lo scorso luglio. Il testo di legge presentato da Yisrael Beiteinu, il partito del ministro della Difesa Avigdor Lieberman, qualifica un atto di terrorismo come “il deliberato tentativo di uccidere civili per raggiungere obiettivi politici, nazionali, religiosi o ideologici”.

In prima lettura, la proposta è passata di stretta misura: 52 voti favorevoli, compreso quello di Netanyahu, e 49 contrari. Se approvata in seconda e terza lettura, modificherà la procedura prevista dal codice militare che attualmente prevede l’unanimità dei giudici: basterà la maggioranza.

Sin dall’inizio, è stato chiaro che la questione avrebbe riguardato gli omicidi di israeliani compiuti da palestinesi. Lo stesso Lieberman aveva detto che la legge sarebbe stata applicata nei confronti degli “arabi”. Ma durante il dibattito il vicepresidente della Knesset Ahmad Tibi – che stava dirigendo la seduta parlamentare – ha chiesto al primo ministro Netanyahu se il testo, una volta approvato, sarebbe stato applicabile anche nei confronti di chi aveva dato fuoco a un bambino nel villaggio palestinese di Duma, nel luglio 2015.

“In linea di principio, sì”, ha risposto con un certo imbarazzo Netanyahu. Apriti cielo! Ecco la singolare risposta del procuratore Itamar Ben-Gvir:

Una dichiarazione patetica. La pena di morte è un deterrente. Nel caso degli ebrei, non c’è bisogno di deterrenza perché non c’è nulla contro cui fare deterrenza. Le azioni di singoli ebrei che negano e respingono ogni addebito e confessano solo a causa della tortura (sic), non vanno considerate come atti di terrorismo, anche qualora la loro colpevolezza venga dimostrata. Il tentativo di paragonare ebrei e arabi in nome dell’uguaglianza è un tentativo populista. Peccato che una persona che non sa operare una distinzione tra gli uni e gli altri sia il primo ministro dello stato d’Israele.

La delegazione dell’Unione europea presso Israele ha criticato il primo voto della Knesset affermando che “la pena di morte è incompatibile con la dignità umana”.

Ovvio silenzio dagli Usa, dove nel 2017 sono state eseguite 23 condanne a morte, per non parlare degli altri paesi della regione: secondo dati non ancora definitivi, nel 2017 sono state eseguite circa 500 condanne a morte in Iran, almeno 136 in Arabia Saudita, 111 in Iraq, 16 in Egitto, 15 in Giordania e sei a Gaza.