Ci eravamo illusi che l’introduzione della tecnologia in campo avesse portato finalmente un po’ più di giustizia nel calcio italiano. Per qualche giornata, probabilmente, è anche successo. Ma adesso è in atto una vistosa restaurazione della soggettività del giudizio arbitrale, che molto spesso si traduce nella cara, vecchia sudditanza psicologica nei confronti delle big. Ieri sera è sembrato di assistere ad una di quelle belle partite d’altri tempi, in cui i bianconeri si erano abituati a dominare per manifesta superiorità, e ricevere puntualmente qualche spintarella nei match più complicati. Ma non è solo la Juventus a beneficiare di questa controriforma: nel pomeriggio, la Roma in totale balia dell’Atalanta aveva ricevuto la grazia di un’espulsione al bergamasco De Roon completamente inventata, in grado di rimettere in piedi la partita (ma almeno non sufficiente a pareggiarla); una settimana fa il Napoli era passato sul campo del Crotone grazie anche al rigore solare non fischiato su un mani di Mertens.

Godono le grandi, pagano sempre le piccole. Proprio come in passato. Dopo sei mesi di polemiche, picconate continue alla tecnologia (provenienti quasi tutte dalla stessa parte, per nulla disinteressata), sono riusciti a neutralizzare l’effetto democratico della Var. A furia di parlare di “partite troppo spezzettate” e “questo non è calcio”, hanno ottenuto quello che volevano: la moviola viene utilizzata sempre meno. E c’è più spazio di interpretazione (e di manovra).

Il trucchetto, lo stratagemma per tornare a fare i propri comodi, si chiama silent check: trincerarsi dietro al controllo già fatto dagli assistenti, per non rivedere l’episodio. E non essere costretti ad ammettere l’errore. È quello che è successo a Cagliari, ma pure a Crotone. Se Calvarese o Mariani avessero scelto di andare alla Var, di fronte allo schermo e alle immagini inequivocabili dei due falli avrebbero avuto le mani legate: per carità, in Serie A si è visto di tutto, pure negare l’evidenza, ma nelle maggior parte dei casi anche un arbitro un po’ condizionato avrebbe assegnato il rigore. Troppo alto il rischio di esporsi al linciaggio mediatico. Così, invece, è tutto più semplice.

Qualcuno sta provando pure a giustificare con sofismi (“è una questione tecnica, la Var non poteva intervenire) la retromarcia in atto. Ma la tesi non sta in piedi. Basta vedere quanto successo nel girone d’andata, quando proprio al Cagliari contro la Juve fu assegnato un rigore giusto ma discutibile, che col metro di ieri non sarebbe mai stato fischiato. Oppure al gol annullato grazie alla tecnologia in Atalanta-Juventus, per un fallo praticamente identico a quello subito da Pavoletti per cui l’arbitro si è rifiutato di consultare la moviola. Fatta la legge, trovato l’inganno: sono le regole, del resto, che lo consentono. L’ambiguo protocollo Ifab parla di intervento solo in caso di “chiaro errore arbitrale”. Ma a parte un fuorigioco o un gol fantasma (per cui già esiste la Goal line technology) tutto e nulla può essere un “chiaro errore”. Così tutto è rimesso di nuovo all’interpretazione, che guarda caso va quasi sempre dalla stessa parte. “L’arbitro (anzi, la Var) ha valutato così”. Proprio come ai vecchi tempi.

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