Come si può facilmente intuire dal nome la Long Island Ice Tea company è un’azienda statunitense che produce tè e bevande. E’ quotata al Nasdaq e poco tempo fa i suoi dirigenti hanno un’idea geniale, seppur non nuovissima. Il 18 dicembre scorso cambiano il nome della società che diventa Long Blockchain. La blockchain è la tecnologia che regge il sistema bitcoin. In una sola seduta il valore del titolo quasi triplica da 2,4 a poco meno di 7 dollari e tuttora si mantiene sopra i 6 dollari. Chi ne ha memoria non può non ripensare al 2000, in piena euforia internet, quando bastava aggiungere il suffisso .com per far volare alle stelle un titolo, qualsiasi cosa la società producesse. O per restare in Italia quando Tiscali era arrivata a valere in Borsa più del gruppo Fiat.

Negli ultimi mesi attorno alle valute digitali è esplosa una vera e propria mania tanto da proiettare le quotazioni del bitcoin dagli 880 dollari di inizio 2017 agli attuali 15mila con un picco intorno a 20mila dollari toccato il 16 dicembre. Valori che restano estremamente volatili, per intenderci alla fine di questo articolo le quotazioni potrebbero essere scese o salite di un migliaio di dollari. Bitcoin è una moneta digitale senza un valore intrinseco creata artificialmente scarsa (l’ammontare finale è predeterminato). Una costruzione che per alcuni aspetti ricorda il “gold standard” in vigore dal 1880 al 1917. La stessa mancanza di flessibilità sarebbe, secondo alcuni dei critici più attenti, il vero tallone d’Achille del bitcoin qualora volesse realmente proporsi come valuta alternativa del commercio internazionale. Non esiste nessun termine di paragone o nessun asset di fondo (i cosiddetti fondamentali) a cui rapportarne il valore. Le banconote, che a loro volta oggi non sono più legate a nessun asset, conservano quanto meno un qualche ancoraggio alla ricchezza della nazione che le emette. Diventa quindi estremamente difficile capire se e quanto le quotazioni della valuta digitale siano eccessive.

Diversi i grandi nomi dell’economia hanno lanciato l’allarme: secondo il premio Nobel Paul Krugman, che, va ricordato, in tema di internet non ha mai brillato per esattezza di previsioni,  è di un’evidenza lampante che quella del bitcoin è una bolla. A parlare di bolla è anche Robert Shiller, attento studioso delle dinamiche e dei surrisicaldamenti dei mercati, che pure sottolinea come sia di fatto impossibile dire se sia destinata a sgonfiarsi o a crescere ancora. Più categorico un altro premio Nobel, Joseph Stiglitz che negli ultimi mesi ha assunto posizioni molto dure contro la moneta digitale. La pensa diversamente Ferdinando Ametrano che insegna bitcoin and blockchain technology all’Università Bicocca di Milano: “Se, e sottolineo se, il bitcoin si confemerà come una sorta di oro digitale gli spazi di crescita sono ancora molto ampi. La volatilità rimane estremamente elevata ma il trend di fondo si conferma quello di crescita. Il bitcoin non ha alcuna correlazione con altre asset class: quando il suo contributo in termini di diversificazione per un portafoglio di investimento verrà apprezzato la spinta al rialzo sarà notevole”.

Nell’ultima parte del 2017 a spiccare il volo non è stato solo il bitcoin ma anche una serie di valute digitali alternative come LiteCoin, Ripple od Ethereum che ne ricalcano, con alcune varianti, il modello . “I cosiddetti alternative coin – continua Ametrano – stanno salendo perché sono molti gli investitori che vorrebbero investire in bitcoin ma temono che le quotazioni attuali non offrano margini per ulteriori incrementi. In realtà queste valute digitali non sono equivalenti e ritengo che il bitcoin sia l’unica in grado di svolgere davvero una funzione di bene rifugio”. Dal docente della Bicocca arriva infine un consiglio per chi volesse investire in monete digitali. “Meglio scegliere piattaforme di scambio con buona reputazione ad esempio quelle usate per il fixing dei futures bitcoin scambiati a Chicago. Ma soprattutto mai lasciare i bitcoin in custodia presso queste borse che possono essere colpite in modo disastroso dagli hackers. E’ necessario imparare a gestire i propri bitcoin personalmente utilizzando appositi wallet software”.

Quando si parla di bitcoin bisogna ricordare che la vera novità non è tanto la moneta in sè, quanto il  sistema che la sorregge: la cosiddetta blockchain che consente di effettuare transazioni e trasferimenti di denaro tra soggetti che non si conoscono senza la necessità di un intermediario che funga da garante, ruolo solitamente svolto da banche o istituzione finanziarie centralizzate, abbattendo così costi e commissioni.  Un sistema che le stesse banche tradizionale stanno cercando di replicare e utilizzare per alcune transazioni ma che ha ambiti di applicazione ben più ampi: dal mercato elettrico a quello delle registrazioni notarili.

Una spiegazione semplice ed efficace di come funziona questo meccanismo è quella che fornisce sul suo blog “Macromania” il vicepresidente della Federal Reserve di St Louis David Andolfatto. Immaginate di essere ad una festa con molti invitati e di avere alzato un po’ il gomito. A quel punto fate un annuncio che viene recepito da tutti i presenti. L’informazione viene quindi validata da questa conoscenza diffusa, senza bisogno che si sia qualcuno appositamente incaricato di registrarla o scriverla in diario. La mattina dopo sarà infatti parecchio complicato contattare uno ad uno tutti i presenti per correggere quanto avete affermato. Questo sistema funziona molto bene, da sempre, in comunità ristrette. Ora la tecnologia a nostra disposizione consente di estenderla su scale globale e gestire un enorme quantità di dati. Ciascuna transazione di ogni singolo bitcoin viene comunicata a una rete di computer sparsi su tutto il pianeta che la validano e la registrano. Si crea così una catena di informazioni che cresce continuamente e incorpora la storia di ogni moneta. In cambio di questa opera di archiviazione i computer che gestiscono questi complicati algoritmi ottengono dei nuovi bitcoin.

L’idea di aggirare le procedure e nodi del sistema finanziario, sottrarsi al controllo (e alla difesa) di una banca centrale affidando il proprio valore alle sole dinamiche di mercato, sono gli elementi di fascinazione intellettuale che seducono tanti sostenitori della valuta digitale. Non è un caso che il bitcoin si affermi dopo che il sistema finanziario tradizionale ha messo a nudo limiti e contraddizioni con la crisi del 2008. Ci sono però diversi  fattori che potrebbero bloccare e invertire bruscamente la marcia del bitcoin e delle sue sorelle digitali. Un’azione regolatoria più incisiva da parte delle autorità centrali, la nascita di valute digitali “ufficiali” gestite direttamente dalle banche centrali. Esistono problematiche di natura ambientale. L’energia utilizzata dai computer che producono bitcoin ha già raggiunto livelli impressionanti ed è destinata ad aumentare drammaticamente se il trend dovesse mantenersi costante.

I rischi potenziali più significativi per il bitcoin sono però probabilmente quelli intrinseci al suo sistema. Un eccesso di rigidità a fronte di un’esigenza di flessibilità caratteristica fondamentale dell’attuale sistema monetario. Chi di mercato ferisce di mercato può anche perire. La recente corsa delle quotazioni ha anche l’effetto di incrinare l’idea del bitcoin come moneta alternativa. E’ sempre più strumento speculativo e con la galoppata delle quotazioni sono aumentate sensibilmente anche le commissioni legate alle transazioni. Al punto che anche per i traffici illeciti sul web (come i pagamenti di riscatti sui dati bloccati da virus informatici, i cosiddetti ransomware) si iniziano a preferire monete digitali come Z-cash o Monero che offrono tra l’altro maggiore privacy.  L’aspetto delle transazioni illegali, seppur non preponderante, ha avuto un ruolo nella diffusione delle monete digitali che offrono un buon livello di anonimato, sebbene non assoluto, a chi compra e vende sul web. Si dice che banche e grandi aziende abbiano messo da parte “tesoretti” in bitcoin proprio per far fronte alle richieste di pirati informatici. Sarebbe un errore confinare il ruolo della moneta digitale a quello di “denaro sporco di internet”, ma è indubbio che questo è un altro elemento che potrebbe spingere i regolatori ad adottare in futuro limitazioni più incisive.