Il Benevento ha vinto. Scriviamo subito questa breve frase e leggiamola ripetutamente a voce alta per imprimere tale fenomeno (che abbiamo intuito non essere poi così scontato) nelle nostre coscienze, provate dal più surreale dei gironi d’andata dall’invenzione della palla ai giorni nostri.

Il Benevento ha vinto. Ribadiamolo perché c’è chi, in città, per la troppa emozione stenta ancora a crederci e continua ad aggirarsi nevroticamente, intorno allo stadio, temendo ulteriori e angosciantissimi minuti di recupero da giocare.

Ma il Benevento ha vinto e ne ho le prove poiché la prima storica vittoria in serie A della squadra giallorossa è coincisa con il ritorno in campo della vostra inviata la quale, varcata la linea gotica, è discesa dal Nord per riconquistare il suo scanno tra i venti gelidi dei distinti superiori del Vigorito.

«Ti voglio proprio vedere, d’inverno, a Benevento-Chievo!», mi aveva detto quest’estate con aria di sfida, alzando l’indice della mano destra in aria, un tifoso ficcanaso con cui ho condiviso la canicola e le nove ore d’attesa per conquistare la tessera dell’abbonamento di questa indimenticabile stagione. «Voglio proprio vedere!» aveva aggiunto esternando il proprio scetticismo rispetto alla mia presenza allo stadio e, allo stesso tempo, rivelando i chiari sintomi di un’insolazione galoppante che ormai, dopo la lunga fila al caldo, lo stava stecchendo.

D’altra parte, è noto come la mia presenza allo stadio abbia stupito non solo gli sconosciuti, impressionati dalla celebre burzetta e dall’abito da Grace Kelly con cui nel giorno del tesseramento mi aggiravo nelle tabaccherie degli ultrà, ma come abbia lasciato basiti amici, parenti e conoscenti a tal punto che, nel dì di calura e abbonamenti, mentre il tifoso agitava il suo indice contro di me, è passato per caso Cognato Marco e, vedendomi piantata davanti a una ricevitoria, ha chiosato: «Ma che fai qua davanti? Stai manifestando per la chiusura dei centri scommesse? Contro la ludopatia? Fai bene. Ciao!».

Che dunque la mia sia una partecipazione calcistica particolare non è certo una novità eppure, caro tifoso con l’insolazione, a Benevento-Chievo, con la tuta da sci e la calzamaglia di lana fino all’ugola, io c’ero.

E ho visto l’ira della signora dei sementi contro Ciciretti, i fischi e i caffè Borghetti, le maledizioni scagliate contro il guardalinee e il pallone che con Coda entra in rete. I salti, le urla, le birre rovesciate in aria, i cori e Lucioni che incoraggia i compagni.

E poi, al 90’, lo stadio ammutolirsi al sollevarsi, a bordo campo, del monitor con il numero minuti di recupero e ho avvertito un brivido che ha percorso, come un’onda, tutti i settori del Vigorito (incluso il settore ospiti in cui la tenera dozzina di tifosi del Chievo, a torso nudo, è ormai ridotta a un’unica monumentale stalagmite). E la tensione, la consueta paura della catastrofe, e il conto alla rovescia da ultimo dell’anno del signore alle mie spalle: «Mancano tre minuti… due minuti e mezzo…. quasi uno… trenta secondi, nove, otto, sette…».

Infine ho assistito all’esplosione dello stadio allo scoccare del quinto e ultimo minuto di recupero e la gioia per la prima attesissima vittoria.

Ps: la nona edizione del Premio Stregone va a Silvia B., veronese di nascita, per amore tra i tifosi del Benevento, ma con uno sguardo di tenerezza verso quelli, sempre più nudi e surgelati, del Chievo.