Se, nell’immaginario di molti, Benevento-Roma corrisponde a un tratto dell’antica via Appia, per me raffigura principalmente il biglietto del treno che, studentessa, mi ha portato via dalla provincia; rappresenta la tratta su una corriera mitologica, la Marozzi, su cui dal Sud si parte rigorosamente con una borsa frigo o un polistirolo di mozzarelle al seguito.

Benevento-Roma è, ancora oggi, il tetris di valigie da comporre nei portabagagli delle macchine che resta intatto lungo il tratto della Telese-Caianello; è il muro di borsoni che non si scompone nella sosta alla Macchia est e neanche dopo il casello dell’autostrada, dove la Capitale ti accoglie con una schiera di alberi di pino, allineati come gli archi di un acquedotto di epoca romana, e con un gregge di pecore sui prati al bordo della tangenziale.

Ma quest’anno Benevento-Roma è anche una partita di calcio vissuta, nella città sannita, come tutti gli altri match di questa serie A e, cioè, alla stregua di una finale dei mondiali: sin dalla mattina dell’incontro, qualcosa si agita nell’aria mentre ogni bar e ristorante della città prepara il proprio maxischermo o lucida il televisore da milioni di pollici comprato per la prima stagione nella massima serie.

Di ora in ora cresce l’attesa, mentre i gruppi d’ascolto si formano, i cori si provano, le ugole si schiariscono, gli appuntamenti si spostano, le magliette e le sciarpe con la strega in volo sulla scopa si stirano. Escono di casa, in gran parata, le bandiere e le giacche a vento per lo stadio, mentre i telefoni ripetono tutti la stessa domanda: “Dove vai oggi a vedere la partita?”.

La città si ferma per i novanta minuti di gioco per riversarsi interamente a Rione Libertà, il quartiere che circonda – e abbraccia – il Vigorito poiché, indipendentemente dal risultato (e pure stavolta abbiamo perso), il campionato non lascia indifferente nessuno tra i beneventani, nemmeno i più refrattari al calcio: la presenza del Benevento in A non ha un significato prettamente sportivo, ma riesce a smuovere le corde più profonde della psiche dell’intera popolazione.

Un sentimento di ansia collettiva avvolge, infatti, la città come certe nebbie che, di prima mattina, in inverno appaiono da queste parti.  Tra gli spalti dello stadio, la tensione emotiva si trasfigura in varie forme di nevrosi tra le quali la più diffusa resta, indubbiamente, il consumo ossessivo dei cosiddetti “sementi”, i semi di zucca, che nella loro etimologia dichiarano una discendenza latina e un aspetto agricolo-aulico dai richiami danteschi.

“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza” mi ripete, nello stato allucinatorio in cui verto, il vecchietto garbato da cui acquisto due chili di semi. Sono pronta a consumarli nervosamente durante la partita, rompendo la scorza con i denti, con dei colpetti da roditore esperto. La fame nervosa si mescola alla sofferenza. La sofferenza alla fame nervosa.

Ognuno di noi esterna il proprio disagio esistenziale mentre alle mie spalle, con cadenza regolare, un signore si leva in piedi e, con lo zelo di un orologio a cucù, scandisce i due tempi di gioco urlando alla squadra: “Sveglia! Sveglia! Sveglia!”. E poi torna subito a sedersi al suo posto.

C’è chi smadonna, chi è in piena depressione, chi urla, chi salta, chi è alla diciottesima birra, chi ha consumato tutte le unghie, chi fuma due sigarette contemporaneamente, chi caccia dallo zaino un panino con la cotoletta, chi prega, chi suda, chi balla, chi sviene, chi non si arrende e continua a cantare senza sosta. Chi torna a casa prima del tempo, con la scusa del traffico, perché preferisce piangere in solitudine. E poi c’è la sottoscritta, ormai con un principio di colite e una montagna di scorze di “sementi” che non sa dove mettere.

Ps: La seconda edizione del premio Stregone va al signore coi capelli bianchi e la maglietta del Benevento che, sul 4-0 per la Roma, ormai all’89’, con tutta la voce che aveva in corpo, ha gridato la sua proposta di gioco: “Facciamo che chi segna adesso vince la partita!”. Ma niente da fare: nemmeno così è andata bene.