Quest’anno il debito pubblico ha continuato ad aumentare anche per effetto delle garanzie concesse dal governo al sistema bancario. Nonostante l’esecutivo, lo scorso autunno, abbia garantito che non ci sarebbero stati effetti sui saldi di finanza pubblica. L’impatto degli interventi varati a favore del Monte dei Paschi di Siena – di cui il Tesoro è diventato primo azionista – e di Banca Intesa per l’acquisizione di Popolare di Vicenza e Veneto Banca è di 5,4 miliardi. A metterlo nero su bianco è l’Ufficio parlamentare di Bilancio nel Rapporto sulla politica di bilancio 2018, pubblicato mentre alla Camera va in scena l’ultimo assalto alla diligenza della manovra, con oltre 4mila emendamenti giudicati ammissibili e 1.000 segnalati come prioritari dai gruppi parlamentari. In generale, secondo l’organismo indipendente che ha il compito di verificare le previsioni governative, valutare il rispetto delle regole europee e assicurare la trasparenza dei conti, la legge di Bilancio ha troppi punti di domanda. Tanto che è a rischio “la credibilità stessa dei conti pubblici e, di conseguenza, la prevedibilità del quadro macroeconomico“.

Le garanzie concesse alle banche pesano sul debito – A fine 2016, si legge in un focus dedicato, la garanzie che il governo ha concesso al sistema bancario ammontavano a 6,4 miliardi, lo 0,4% del pil. Ma “nel corso del 2017 sono stati attuati diversi interventi di sostegno, sia mediante erogazione di contributi pubblici che mediante concessione di garanzie statali a fronte di specifiche operazioni. In particolare, interventi di sostegno a situazioni di crisi aziendale sono stati operati in favore di Monte dei Paschi di Siena e delle banche venete (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca) liquidate e acquisite in parte da Banca Intesa“. Questi istituti “hanno beneficiato in primo luogo dell’erogazione di somme liquide per 10,2 miliardi di euro (di cui 4,8 a Banca Intesa per l’acquisto delle banche venete e 5,4 a Mps), con un impatto sul debito pubblico pari allo 0,6 per cento del Pil. Inoltre, lo Stato ha concesso nei confronti dei medesimi istituti garanzie per un importo massimo pari a 15,6 miliardi, di cui 9 già sottoscritti”.

L’Upb ricorda che nella Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza dello scorso autunno il governo aveva specificato che “alle menzionate garanzie non
venivano ascritti effetti sui saldi di finanza pubblica e sul debito”. Ma “la stima governativa dell’impatto sul deficit e sul debito delle operazioni attuate era comunque subordinata a una conforme valutazione dell’Istat e di Eurostat“. Che non si sono ancora pronunciate. Ma la stima del debito pubblico italiano effettuata dalla Commissione europea nel suo parere sul Documento programmatico di bilancio 2018 “risulta superiore di 7,6 miliardi rispetto alla stima governativa”: 2.266,4 contro 2.258,8 miliardi. E “tale differenza risulta ascrivibile in parte, per 5,4 miliardi, all’impatto delle predette garanzie”. Il resto è legato a introiti da privatizzazioni che, ancora una volta, si sono rivelati inferiori al previsto.

“A rischio la credibilità dei conti pubblici” – Quanto ai programmi futuri del governo per ridurre il debito vendendo parte degli attivi pubblici, non ci sono “informazioni sufficienti per valutare” se siano realizzabili. Un ulteriore elemento di rischio, annota l’Upb. Che aggiunge come il rinvio al 2019 dell’introduzione dell’Iri, la flat tax per gli imprenditori individuali e le società di persone, “cambi le aspettative circa le caratteristiche e il livello di tassazione a carico del sistema produttivo”. Non solo: la manovra “ancora non contiene le misure di riordino e riduzione delle tax expenditures che erano attese, secondo il Programma nazionale di riforme dello scorso aprile e la stessa Nota di aggiornamento al Def, per il biennio 2017-2018. Anzi, vengono prorogate alcune agevolazioni fiscali vigenti e introdotte di nuove”. Tutti fattori che “rischiano di minare la credibilità stessa dei conti pubblici e, di conseguenza, la prevedibilità del quadro macroeconomico”. Ma soprattutto “determinano incertezza sulle aspettative e, quindi, sulle scelte e i comportamenti, degli operatori economici”.

“Ottica di corto respiro: la politica di bilancio si fonda su aumenti Iva” – In generale l’ottica della manovra è “di corto respiro“, sintetizza il Rapporto. “Anche se il Dpb preannuncia progressi su politiche alternative essenziali per evitare l’attivazione degli aumenti di gettito previsti dalle clausole di salvaguardia (revisione della spesa e recupero di evasione ed elusione per il biennio 2019-2020), permane una incertezza sulla composizione e l’entità delle misure che saranno effettivamente attuate”, annotano i tecnici, “dal momento che la politica di bilancio attualmente si fonda sull’aumento dell’Iva la cui disattivazione, tra l’altro, è per il 2019 inferiore a quanto indicato nella Nadef”. E’ il giochetto degli aumenti automatici di tasse rinviati di anno in anno, sostenendo di volta in volta che il mancato scatto

Il risultato è che “la valutazione delle regole di bilancio è caratterizzata da forti elementi di criticità sia per il 2017, sia per il 2018″, come già evidenziato dalla Commissione europea“Per il 2017, le stime presentate nel Dpb implicano rischi di deviazione significativa sia per la regola sul saldo strutturale sia per quella sulla spesa”. Se i dati venissero confermati ex post da quelli a consuntivo, “potrebbero essere attivate le procedure di correzione dei saldi di bilancio previste, a livello nazionale, dalla normativa sul pareggio di bilancio e, a livello Ue, dal Patto di stabilità e crescita”, avverte l’Upb, ricordando che il divario rispetto alla richiesta di aggiustamento di Bruxelles è di 0,2 punti di pil, pari a circa 3,5 miliardi.

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