Capita nella vita di finire in trappola, la vita stessa in fondo è una meravigliosa trappola tra l’assoluto e la contingenza. Un mio carissimo amico, al quale voglio bene, un pomeriggio di parecchi anni fa mi disse: “Stasera vieni a cena con noi in un ristorante vicino a Pisa, ci sarà anche Vittorio Sgarbi, è una cena in onore di un pittore locale”. Cercai in tutti i modi di rifiutare l’invito, già immaginavo le disastrose conseguenze psicologiche, ma davanti a una tenera insistenza non potei fare altro che accettare per un sentimento di amicizia.

Arrivati al ristorante mi accorsi subito di un’atmosfera di sottomessa venerazione verso l’ospite atteso, il ristorante si stava riempiendo e i cappotti venivano buttati sopra un divano. Prendemmo posto, davanti a me c’era una simpatica ed elegante vecchietta tutta eccitata per una sua personale corrispondenza con Sgarbi, la corrispondenza verteva su alcuni preziosismi della lingua italiana. Primi crampi allo stomaco dovuti alla fame. Dopo circa un’ora di ritardo sull’orario della cena, entrò un cameriere in sala dicendo: “Il signor Sgarbi sta per arrivare, mi raccomando di applaudire tutti appena entra il professore. Ci tiene molto a queste manifestazioni di affetto”.

Perché rifiutare dell’affetto verso un essere umano? Appena entrò Sgarbi  ci fu come un’ovazione, il ristorante era gremito, sembrava una prima della Scala, e anche io fui tra quelli che mossero le mani all’applauso affettuoso. Devo riportare con onestà che il professore si fermò alcuni attimi a parlare con la vecchietta che avevo davanti, con sommo gaudio della stessa, aveva gli occhi inumiditi dall’emozione la cara signora innamorata della grammatica. Poi il professore raggiunse il posto d’onore scortato da una bella donna rossa di capelli e da un signore serioso, forse un critico d’arte esperto del pittore locale (di cui non ricordo il nome).

Bene, pensai nella mia folle ingenuità, ora si mangia! Niente da fare, fu una pia illusione. Il critico d’arte serioso, amico di Sgarbi, si alzò in piedi reggendo nelle mani dei fogli dattiloscritti. Non so quanti fossero, ma erano tanti, troppi per i convitati, tutti affamati (non di arte ma di cibo). Dopo una ventina di minuti di esposizione monotona circa il talento e la grazia pittorica dell’artista locale, in sala ci furono i primi segnali di una sedizione “gastrica”, fame, fame, era la parola che campeggiava a vessilli spiegati nella testa di ognuno di noi o nello stomaco se preferite.

Oramai la distrazione dei commensali era dilagante, una vera e propria insurrezione. A quel punto Sgarbi, visibilmente irritato, con voce tonitruante ci apostrofò con queste implacabili parole: “Silenzio! Chi non è interessato può uscire subito dal ristorante, questa è una cena dedicata al pittore tal dei tali, quindi fate tutti silenzio, chiaro?”. Il silenzio fu immediato, come tanti scolaretti redarguiti dal severo professore, nessuno si mosse e nessuno osò più aprire bocca fino alla fine dell’insopportabile sermone. Ora, mi ritengo una persona educata, ma l’esimio Sgarbi Vittorio era arrivato con un’ora di ritardo, e dovere subire prima della cena una relazione sulle doti artistiche del tal dei tali era veramente troppo, almeno per me.

Devo dirvi, a onore della mia dignità, che appena sentii la frase “Chi non è interessato può uscire subito dal ristorante” la mia testa si voltò istintivamente in direzione del divano dove erano ammassati i cappotti, ma l’enorme piramide di indumenti affastellati mi scoraggiò senza pietà. Guardai negli occhi il mio amico con un odio pieno d’amore, e mi dissi: “Ricky, sopporta questa umiliazione per amicizia. Non fare il maleducato, tanto sei in trappola”. Finalmente arrivarono le portate, una più schifosa dell’altra, ed è per questo che non faccio il nome del ristorante, per un sentimento di pietà. La relazione scritta sul pittore tal dei tali era più gustosa, e vi ho detto tutto. Per fortuna anche gli incubi hanno una fine e la cena terminò.

Sulla via del ritorno verso casa mi venne da fare questa riflessione: ho assistito all’essenza della natura italiota, un popolo gregario che ha bisogno di un pastore, una massa di scolaretti trepidanti e sottomessi, un coacervo di teste vuote adoranti la celebrità. Quell’orrendo ristorante-trappola era diventato ai miei occhi una sorta di paradigma dell’era berlusconiana. Ci misi anni a superare il contraccolpo psicologico, la vergogna di avere anche io applaudito, l’onta di non avere avuto il coraggio di buttarmi sul mucchio di cappotti per trovare il mio e fuggire da quella trappola. Ho dovuto dedicare la mia vita agli ultimi, agli emarginati, ai poeti, per ritrovare la stima nei miei confronti.

Dite che sto esagerando? No, vi assicuro. L’Italia berlusconiana si fonda proprio su questo: una miriade di piccole umiliazioni accettate passivamente, senza senso critico. Di sicuro so una cosa, la cultura è altro, la cultura esalta l’unicità di ogni individuo, la cultura non crea esseri gregari.

E poi quel ristorante faceva veramente schifo.