Il 5 dicembre l’Unione europea pubblicherà la lista nera dei paradisi fiscali. Si chiamerà ‘lista di giurisdizioni non cooperative’. Sarà l’elenco dei Paesi a tassazione agevolata in cui i ricchi di tutto il mondo muovono i loro soldi per evitare di pagare quanto dovuto nei Paesi in cui effettivamente lavorano. Senza, per altro, commettere alcun reato. Ad evadere sono soprattutto i colossi del web o le grandi corporation internazionali, che possono muoversi senza difficoltà da un regime fiscale ad un altro.

Questa situazione sottrae liquidi che i Paesi potrebbero investire in sanità e istruzione, soprattutto dove la ricchezza a disposizione è poca: “La contribuzione fiscale d’impresa rappresenta una fonte di entrate erariali significativa per i Paesi poveri, circa il 16% del gettito fiscale complessivo contro appena poco più dell’8% dei Paesi ad alto reddito”. Lo scrive Oxfam in un rapporto intitolato Lista nera sfumata di grigio, un atto d’accusa con cui l’ong lancia l’allarme sulla concreta possibilità che la blacklist europea si trasformi in uno strumento poco trasparente, poco credibile e alla fine dei conti inefficace. Il limite più grande è che l’Ue ha messo gli occhi su 92 giurisdizioni, dimenticandosi però di guardare in casa, tra i 28 Paesi membri. Dei 92 Paesi sotto esame, poco meno della metà ha ricevuto una lettera in cui si chiede l’impegno di rispettare le regole europee: non offrire misure o accordi fiscali preferenziali che possano permettere alle imprese di muovere i propri profitti per evitare di pagare le tasse; trasparenza (scambio automatico di informazioni); e rispetto degli standard fissati dall’Ocse. Chi non ha rispettato gli impegni, finirà in blacklist.

Combattere l’evasione, sostiene l’organizzazione, significherebbe costruire sistemi economici più equi: “I governi hanno la responsabilità di salvaguardare e potenziare la raccolta di imposte sugli utili d’impresa. Il contrasto degli abusi può simultaneamente favorire la crescita e ridurre la disuguaglianza di reddito”.

Da LuxLeaks ai Paradise Papers, ormai gli scandali internazionali hanno dimostrato come la lotta all’evasione fiscale debba passare dal mettere al bando i paradisi fiscali. La blacklist di Bruxelles dovrebbe andare in questa direzione. Le altre esistenti al momento sono meno ambiziose, secondo Oxfam, e con criteri meno rigidi. In particolare quella dell’Ocse, elaborata su spinta del G20, che ha indicato come unico paradiso fiscale Trinidad e Tobago.

Oxfam, nella sua lista “alternativa”, inserisce anche Malta, Irlanda, Lussemburgo e Paesi Bassi. Paesi che all’interno dell’Unione europea non rispettano l’equità fiscale: hanno regimi fiscali preferenziali per certe imprese, eccessivamente vantaggiosi. Ironia della sorte, il lancio di questa blacklist avverrà proprio nel semestre europeo a conduzione maltese. E Malta già dallo scorso gennaio era stata inserita come Paese a rischio in una lista dei paradisi fiscali promossa dai Verdi europei. Ma La Valletta ha pubblicamente dichiarato che vuole una lista in cui non compaiono Paesi europei tra i paradisi offshore. Pressioni anche da parte della Svizzera, che ha dichiarato di “aspettarsi di non essere inserita nella blacklist europea”, nonostante sia uno dei Paesi analizzati. Il Paese “rappresenta un partner economico chiave per l’Ue e molti leader europei preferiscono escluderla dalla lista nera anche per la sua collaborazione con l’Ue in materia di scambio di informazioni di natura finanziaria”, si legge nel rapporto di Oxfam.

Oxfam lancia l’allarme a una settimana dall’Ecofin, il vertice dei ministri dell’Economia dell’Ue a margine del quale sarà presentata la nuova blacklist. Affinché sia efficace, notano i ricercatori della ong, è necessario che la lista sia libera da ogni condizionamento politico e analizzi in modo obiettivo ognuna delle 92 legislazioni extra-Ue messe sotto osservazione. Invece Oxfam sottolinea il lavoro di lobbying di alcuni Paesi per essere esclusi dalla lista. Bermuda e Cayman stanno cercando di fare pressioni per esserne escluse, Hong Kong lo ha già fatto in passato. Anche la Gran Bretagna, in particolare dopo la Brexit, dovrebbe essere tenuta sotto osservazione.

A minare la credibilità dell’operazione europea è anche il processo di blacklisting che, spiega Aurore Chardonnet, policy advisor di Oxfam sui dossier di giustizia fiscale, “avviene nella più totale segretezza, lasciando i cittadini all’oscuro di tutto e permettendo ai Paesi-paradisi di sfruttare il proprio potere d’influenza politica ed economica. Il rischio è quello di ritrovarsi ad avere a che fare con un documento tanto vuoto, quanto inutile ai fini della risoluzione di un problema così grave”.