Delhi-Jaipur è un viaggio che riserva delle sorprese. In questo periodo la scelta del mezzo è più complicata del solito: Delhi è la città più inquinata al mondo e può capitare che a metà del percorso (270 km circa) l’autostrada venga chiusa per ridurre l’inquinamento da camion in arrivo. Restano l’aereo, che potrebbe non atterrare a causa della coltre di nebbia, e il treno (tutto esaurito). Così punto tutto sull’auto prendendo le mie solite eccessive precauzioni. Inaspettatamente tutto fila liscio e arrivo all’appuntamento con gli organizzatori del Festival della Letteratura di Jaipur con alcune ore di anticipo.

Il viaggio nel tempo però si ripete: qualche coda con trattori lentissimi, auto e camion contromano (insopprimibili), mucche e cinghiali, pochi cammelli, nessun elefante. Quello della presenza degli animali sulle strade comincia a essere considerato un problema, anche perché un turista affascinato dalle mucche è stato incornato mentre le fotografava. Queste ultime sembrano aumentate, forse perché l’intolleranza di alcuni gruppi di fanatici le rende intoccabili (un contadino ucciso, dopo averne comperata una, perché sospettato di volerla mangiare).

Sono a Jaipur da qualche giorno per i progetti di Vivere con Lentezza e assaporo una realtà quasi schizoide che riflette in parte la situazione generale: i progetti nella Parva School della bidonville di Vidjiadarnaghar crescono, due studenti andranno una al college e uno alla pre-engineering, abbiamo assegnato altre quattro biciclette a lavoratori che risparmieranno sui trasporti e una macchina da cucire a una signora per sviluppare una piccola sartoria, in molti hanno scoperto di vedere male dopo la prima visita oculistica della loro vita, mentre, nonostante abbiamo trovato lavoro a due studentesse lavoratrici è sempre più difficile far accettare ai ragazzi dello slum l’idea che per vivere è necessario lavorare, specie per un dalit (fuori casta). Anche qui sta prendendo piede la filosofia del denaro facile e il rifiuto della fatica per guadagnarsi da vivere.

Alzando gli occhi dal nostro piccolo mondo, pare che il gruppo Karni Sena la stia spuntando nell’impedire la proiezione del film Padmavati, rinviata in attesa della decisione di una Commissione. La hall di un cinema è stata bruciata, gruppi di persone si aggirano con cartelli minacciosi, taglia di 10 milioni di rupie (circa 130 mila euro) per chi brucerà viva Deepika Padukone, la protagonista o Sanjay Leila Bharnasalis, il regista.

Secondo gli accusatori il film non rispetterebbe la verità storica della Principessa Padmini che piuttosto di accettare le profferte amorose dell’imperatore Mogul Alauddin Khilji si è uccisa. Il film la renderebbe troppo umana e non aderente all’immagine di irraggiungibile eroina fedele al mito, tesi riscontrabile anche sui libri di storia del dodicesimo livello scolare.

In vari Stati le elezioni sono prossime, e il paese è sempre più influenzato da bande di fanatici Hindu che sostengono l’attuale primo ministro Narendra Modi. Nonostante una propaganda martellante, l’upgrade di Moody’s, le recenti scelte in politica estera al fianco degli Stati Uniti, l’economia indiana fatica, in particolare in una città come Jaipur, che vive di commercio e turismo, essendo i rapporti con la Cina molto raffreddati. Si punta ancora sul mattone,  perpetrando un’inarrestabile distruzione del territorio, in uno dei paesi in cui la natura e gli animali sono divinizzati.

A Delhi la polizia è accusata di molestie o violenze sulle donne all’interno delle caserme. Su 150 casi emersi negli ultimi due anni nessun poliziotto è stato incarcerato.

Vista così sembrerebbe una distopia vivente. Nel numero di novembre di Millenium la citazione di Blade Runner è ricorrente, lì per via dei robot, qui per una società tradizionalista, individualizzata, ma sempre più tecnologica. Tecnologia che per ora non riesce a escludere l’India dai cinque paesi con il maggior numero di vittime per catastrofi naturali e circa 750 milioni di persone senza servizi igienici.