Se sei carina con il capo ti compra la casa e non dovrai più pagare l’affitto. Se ti comporti bene, se fai compagnia al tuo dirigente, ti fa il contratto a tempo indeterminato. Se vai a letto con il responsabile d’area, il tuo periodo di prova sarà prorogato. La maggior parte dei racconti di ricatti e violenze sul posto di lavoro ricevute da ilfattoquotidiano.it (casella di posta tiraccontolamia@ilfattoquotidiano.it) le firmano donne precarie. Sono cronache di vita quotidiana di chi si gioca la sussistenza sua e della sua famiglia, ma soprattutto confessioni di chi ha fatto della resistenza la sua bandiera di dignità di fronte agli abusi di potere. “La mia condizione di mamma sola con tre figli e precaria ha fatto credere agli uomini di potermi molestare come volevano”, scrive Maria Laura. E come lei, Angela che fino all’ultimo ha sperato che il capo non le chiedesse di fare sesso in cambio del posto e quando ha rifiutato ha perso tutto. Oppure Carmen a cui hanno chiesto, come prerequisito per l’assunzione, se avesse il fidanzato e se fosse disposta a fare le ore piccole la sera. Quando ha rifiutato di andare a letto con il capo, l’hanno licenziata e poi riassunta con un contratto a tempo indeterminato: “L’ho accettato perché avevo il mutuo da pagare”. Carlotta ha seguito il suo capo per mesi: ha accettato le domande personali e la richiesta di fargli compagnia sperando che poi, il maledetto contratto arrivasse. Ha reagito e non è mai stata assunta. Stefania ha trascorso tutto il periodo di prova in un’importante agenzia pubblicitaria ad ascoltare le performance sessuali del vicedirettore. E non ha superato la prova. Nelle lunghe lettere le precarie si definiscono fortissime, perché hanno resistito fino a dove la dignità glielo ha consentito, ma hanno saputo, raccontano dire no e affrontare le perdite. Anche quando voleva dire non avere più uno stipendio e non sapere come arrivare alla fine del mese.

La sua lingua che cercava di entrare nella mia bocca serrata dal disgusto – Maria Laura dice che ne ha tante da raccontare e che lei ha reagito sempre. Ma dice anche che è stato difficile. Innanzitutto c’è stato il suo essere mamma sola, con tre figli e precaria. Come se quella debolezza, almeno sulla carta, fosse un segnale per chi aveva intorno che non avrebbe denunciato. “La mia vita è un patchwork di tanti episodi e i racconti sono tutti uguali”, racconta. “Il ricatto è sempre alla base di tutto. Ricordo quella mattina, che stavo svolgendo il mio lavoro, in ospedale, come ausiliaria precaria e il mio coordinatore mi chiese di seguirlo per fare delle fotocopie. In men che non si dica, mi sono ritrovata bloccata, fra la fotocopiatrice e il muro, con la lingua in bocca che cercava di farsi spazio, nella mia bocca serrata dal disgusto. In quel periodo la mia condizione di donna sola, con tre figli piccoli e con un lavoro precario, ha come regalato il lasciapassare a diversi ‘uomini’, di potermi molestare come e dove volevano. Nella stessa struttura mi sono rivolta ai caposala e ai dirigenti, che ho trovato per lo più complici delle persone che mi molestavano. Un infermiere mi chiuse in bagno e bloccando i miei polsi cercò di baciarmi sul collo e dappertutto. La mia resistenza ha per fortuna fatto il resto”. Maria Laura racconta anche di quando a 16 anni vinse un concorso di bellezza e venne convocata nella stanza di un “impresario”: “Entusiasta di quella vittoria, fui praticamente catapultata nella stanza di albergo di un sedicente impresario, che aveva bisogno di vedermi a tutti i costi nuda per potermi far intraprendere la carriera di modella. Anche questa volta fui lesta nella fuga”. Oppure della sua esperienza da cameriera, di quando ricevette richieste speciali per avere qualche spicciolo in più. “Mentre lavoravo come cameriera, un cliente mi ricattò dicendomi che non mi avrebbe dato la mancia, se non fossi andata in bagno, a togliermi le mutandine, che lui voleva servite sul vassoio insieme al caffè…..e poi e poi e poi”. Per Maria Laura è stata una lotta che ora l’ha resa “fortissima”: “Io ho reagito comunque sempre. Nel limite delle mie possibilità. Bisogna essere forti in questo mondo. Non solo per le molestie, ma per tutto. Oggi sono fortissima, sto crescendo quattro figli da sola, ho conquistato un lavoro che mi permette di non far mancare un piatto di pasta tutti i giorni ai miei figli e soprattutto so che cosa dire alle mie figlie quanto si trovano in dubbie circostanze. Grazie di avermi fatto mettere nero su bianco, quello che è sempre dovuto restare a vivere nelle stanze buie della mia coscienza”.

Il capo mi disse che se fossi stata carina mi avrebbe comprato una casa – Anche per Lorenza la vita è stata una lunga sequenza di lavoretti precari, posti senza tutele dove si è trovata a dover affrontare situazioni di disagio e non avere la possibilità di reagire. “Sì, sono d’accordo con voi: non sono cose normali che possono succedere. Ho 48 anni, quando ero giovane non immaginavo come sarei stata a questa età, pensavo che da grande alcuni problemi se ne sarebbero andati con la gioventù, invece eccomi qua a subire ancora molestie in ambiente di lavoro”. La prima brutta esperienza quando era ancora minorenne nel lavoretto per arrotondare: “Le prime molestie le ho subite a 14 anni dal titolare di una sala giochi dove andavo nel pomeriggio dopo la scuola con gli amici, volevo guadagnare qualche soldo; a casa c’erano problemi economici, mi propose di stare alla cassa dalle sei alle otto, ma quando mi recai nel locale verso le due del pomeriggio per farmi vedere il da farsi, mi chiuse in bagno e fu difficile divincolarmi ed aprire la porta”. Poi le esperienze dopo il diploma. “Lavorai per un po’ in lavanderia da mia madre per pagarmi l’università, ma non si andava d’accordo. Allora feci delle assistenze a persone con malattie gravi, pulizie in case benestanti (dove spesso il figlio mi chiedeva di lucidare alla perfezione le sue scarpe). Nel 1992 iniziai a fare la segretaria presso un’agenzia immobiliare. Quando la moglie del titolare, intorno ai sei mesi di gravidanza, se ne andò, il marito diventò una persecuzione. Mi stringeva ad ogni angolo dell’ufficio; un giorno mi portò a vedere un piccolo appartamento che era in vendita e mi disse che quello poteva essere mio se fossi stata carina. Come è andata a finire? Ancora pago l’affitto. Lasciai il lavoro”. Quindi il suo appello: “Spesso gli uomini (intesi come maschi) se sei sola, come me; si permettono di più e poi se sei l’ultimo anello della catena lavorativa, considerato che lavoro in un sistema gerarchico, pensano che non è cosi grave rivolgersi in toni sessisti. Spero che le donne abbiano sempre più coraggio e si uniscano a gran voce, siano solidali tra loro ed insegnino il rispetto ai loro figli maschi, perché come cantava Mia Martini gli uomini sono figli delle donne, ma non sono come noi”.
 
Non ricordavo che la mano sul sedere fosse prevista dal contratto – Elisa ricorda ancora il giorno in cui è stata molestata pubblicamente. Ha reagito davanti a tutti. Era precaria quando lo ha fatto e non ha pensato che avrebbe potuto perdere tutto. Per una volta non è successo: “Avevo 24 anni (ora vado per i 59), appena diplomata, ero in prova presso una grande azienda di elettronica come segretaria della divisione vendite estero. Un giorno, mentre mi trovavo dietro al bancone dell’ufficio viaggi per organizzare alcune trasferte dei capi area per cui lavoravo, mi sono ritrovata accanto il mega direttore finanziario, uomo sulla cinquantina e piuttosto tronfio. Ad un certo punto ho sentito un peso sul fondo schiena, allora con una mano ho preso la sua mano alzandola bene in vista dicendo tra lo stupore generale: ‘Non ricordo che questo fosse scritto nel contratto che ho firmato con l’azienda’. Tutti i presenti restarono ammutoliti, compreso il molestatore arrogante. Ammetto di non aver riflettuto prima di parlare, e anche di aver pensato poi che, se non avessi superato il periodo di prova a causa di questo episodio, sarei comunque potuta tornare a casa dai miei genitori senza gravi conseguenze. Invece non è successo assolutamente nulla. Ho mantenuto il posto e il molestatore stava ovviamente alla larga. Un piccolo consiglio che mi sento di dare alle giovani e meno giovani che subiscono prepotenze sui luoghi di lavoro: bloccare subito il malintenzionato/a con fermezza, senza temere conseguenze (che eventualmente ci sarebbero solo per lui/lei)”.

Non sono andata a letto con un dirigente e mi hanno licenziata. Ho accettato il reintegro perché avevo il mutuo da pagare- Carmen racconta delle battute a sfondo sessuale continue sul posto di lavoro, e di come ogni volta che si è ribellata si è sentita rispondere che era una “bigotta”. Poi di un colloquio di lavoro dove la domanda fondamentale fu se fosse “disposta a fare le ore piccole e le trasferte” e se fosse “fidanzata”. Ma soprattutto di quando ha rifiutato di avere un rapporto sessuale con un dirigente che avrebbe dovuto decidere del suo futuro lavorativo ed è stata licenziata. “Ho cominciato a lavorare ancora prima che finissi la scuola superiore durante l’estate all’incirca una trentina di anni fa, ho fatto l’operaia nella distribuzione editoriale. Le battute si sprecavano ma una cosa mi è rimasta impressa un uomo di 35 anni si strusciava su una mia collega che era più anziana di lui con battute a dir poco volgari, ne rimasi scioccata e quando ne parlai si minimizzo dicendo che erano scherzi: ‘Gli uomini scherzano così sul posto di lavoro’, mi dissero. Alcuni anni dopo toccò a me, ero più grande e il posto di lavoro fisso. Avevo un collega che parlava solo di sesso e faceva domande personali solo sul sesso, mi sono lamentata e l’unica cosa che ho ottenuto è che mi prendessero in giro dicendomi ‘bigotta’. Poi sono passata alle domande fuori normativa di legge e di qualunque buon senso durante i colloqui di lavoro: se sei fidanzata, se faresti le ore piccole o saresti disposta a trasferte (naturalmente non era inteso a livello lavorativo). E’ vero, io in quei momenti ho avuto la forza per carattere personale di alzarmi e andarmene rinunciando al lavoro e trattenendomi dal volerli appendere al muro. Siamo passati poi al mobbing, perché non l’ho data ad un dirigente, anni 24, mi hanno licenziato per poi riassumermi con un contratto a tempo determinato che sono stata obbligata ad accettare, perché avevo già firmato il mutuo e non potevo chiedere all’allora mio fidanzato (oggi mio marito) di pagare tutto lui. Tre mesi prima della scadenza del contratto ho cominciato a cercare lavoro, sapevo non mi avrebbero rinnovato. Tre anni dopo, ho subito di nuovo mobbing, questa volta perché ho avuto l’ardire di rimanere in stato interessante (figlio non cercato) durante un contratto di lavoro a tempo determinato, se non fossi rimasta incinta mi avrebbero assunto definitivamente alla scadenza, invece non mi hanno rinnovato il contratto di lavoro. Da allora ufficialmente faccio la casalinga, ufficiosamente lavoro gratis in informatica ed anche in questo campo le molestie sul lavoro non si sprecano”.

I ricatti sottintesi per 20 anni di lavoro – Dice Ludovica che per anni ha vissuto ricatti e minacce velate e che questo clima ha condizionato tutta la sua esperienza lavorativa. “Nei miei primi 22 anni di lavoro, prima di diventare una libera professionista nel 2000 (ora ho 56 anni), sono stata molestata (per fortuna solo verbalmente e/o con ricatti sottintesi in quasi tutti i posti di lavoro, tanto che ci avevo fatto l’abitudine. Caratterialmente sono stata sempre una persona forte e quando vedevo che la cosa cominciava a farsi pesante, mi licenziavo. C’è da dire che vivevamo in un momento storico dove non era difficile trovare lavoro. In una ditta di informatica sono stata assunta soprattutto perché ero cintura nera di karate, così potevo tener testa ad uno dei soci che era notoriamente un molestatore. Le precedenti impiegate dopo un po’ scappavano tutte a gambe levate. Questa è la mia storia”.

Al colloquio mi chiesero di simulare di raccogliere una monetina da terra – Carlotta parla degli inizi della sua vita lavorativa, di quando desiderava un contratto ed era costretta a lavorare in nero sopportando i corteggiamenti del titolare. Si stancò e perse il lavoro. Quindi la molestia durante il turno notturno in un call center e quella domanda al colloquio di lavoro: “Mi chiesero di simulare di raccogliere una monetina da terra“. Lei si rifiutò e non venne assunta. “Andai a lavorare come commessa in un negozio di tappeti persiani”, attacca. “Il titolare fu molto colpito da me e mise in secondo piano la commessa ‘storica’ che per questo non mi poteva vedere. In realtà io, nonostante questa preferenza, lavoravo a nero per pochi soldi. Iniziò con i complimenti, poi, venendo a conoscenza della mia poco felice situazione sentimentale con un ragazzo problematico, iniziò, con la scusa di aiutarmi, a entrare nella mia sfera privata. Mi chiedeva di accompagnarlo fuori con la scusa del lavoro, mi allettava con doni, ma di un vero contratto nemmeno l’ombra. C’era il ricatto velato che il mio benessere potesse dipendere dal farmi piacere quest’uomo tanto più grande di me. Alla fine non ho più retto e ho perso il lavoro perché non ho più accettato il suo corteggiamento e le sue richieste sempre più lontane dalla sfera lavorativa. In un’altro periodo lavoravo in un call center, facevo anche turni notturni, l’uomo che faceva le pulizie e veniva la mattina all’alba, mi colse mezza assonnata e mi mise le mani addosso. Sconvolta e spaventata perché ci sarebbe stata nuovamente occasione, decisi di raccontarlo al mio titolare. Nulla, me lo trovai ancora a lavorare lì e ancora a entrare in quegli orari balordi. Risolsi da sola la questione facendolo chiamare a casa dal mio fidanzato. Altro episodio che mi viene in mente e forse anche precedente agli altri: andai a fare un colloquio in un’industria piuttosto grande, ero molto preoccupata, volevo entrare nel mondo del lavoro disposta a qualsiasi occupazione, non conoscevo minimamente i meccanismi e mi sentivo piuttosto inadeguata. Nell’ufficio del capo del personale, un signore anziano mi fece alcune domande inerenti, poi mi trovai in imbarazzo e fui colta da un senso di confusione e umiliazione quando mi chiese di simulare che stavo raccogliendo una monetina. Lo feci, senza capire e senza alcuna malizia, mi sono sentita molto stupida dopo, ed anche molto arrabbiata. Ah, le porte della grande multinazionale per me non si sono aperte”.

Salii da lui per paura di offenderlo e non vedere rinnovato il contratto – Angela ha ceduto a metà. Quando c’è stato l’approccio ha cercato di dirsi fino in fondo che non sarebbe successo niente e che forse avrebbe potuto farcela comunque ad avere il rinnovo. Ma quel no al rapporto sessuale ha avuto le sue conseguenze. “Lavoravo per una nota azienda con un mandato di agenzia di un anno. Ero brava e i risultati arrivavano. Il capo agenzia ci provò con una scusa banale e mi fece salire da lui ed io per timore di offenderlo nel dire ‘no, non salgo‘, salii. Cercò di baciarmi ed io lo rifiutai ovviamente. Per paura di ritorsioni parlai con i miei colleghi ed il mio capo area per avere un parere. ‘Vai avanti, sei brava vedrai non succederà nulla’. Dopo 6 mesi il contratto mi scadeva e lui non lo rinnovò nonostante i brillanti risultati. Provai a dire quanto era successo ai massimi dirigenti ma nessuno mi credette”.

Cameriera per pagarmi gli studi, lo chef mi toccava il sedere in cucina – Catia parla dei lavoretti per pagarsi gli studi. E delle molestie subite nei campi come volontaria, quando nessuno credeva alle sue denunce. “Ho subito molestie al lavoro”, scrive, “lavoravo per pagarmi gli studi in un ristorante come lavapiatti, lo chef che amava trincare e un giorno mi diede una pacca sul sedere, mi rivolsi al direttore, minimizzò. Un’altra volta incazzato scagliò un aggeggio per fare la pasta alla chitarra, lo schivai per miracolo. Resistetti tre mesi e poi me ne andai. Anni prima, a 19 anni, ero ad un campo di protezione civile come volontaria in una grande organizzazione umanitaria, andai nella cucina da campo, di sera tardi, perché avevo sete, trovai un volontario che poteva essere quasi mio nonno, era ubriaco. Provò viscidamente a toccarmi il seno, quando mi rifiutai mi disse che tutti sparlavano di me e che ero considerata una facile, ma all’epoca ero vergine. Lo dissi al mio responsabile, lui minimizzò; settimane dopo ci provarono anche con sua nipote diffamandola perché non aveva accettato le avance. Il responsabile fece un casino tremendo. Ho imparato presto a guardarmi le spalle dai maiali, a non cedere ai ricatti a costo di anni di disoccupazione e lavori precari e da sfruttamento”.

Le giornate ad ascoltare i racconti delle performance sessuali di chi doveva valutare il mio lavoro – Stefania lo dice chiaramente che “non ha mai ceduto”. Ma al primo lavoro importante quasi trentenne ha sopportato in silenzio le battute pesanti e le allusioni, perché “quel lavoro mi serviva”. “Ho 65 anni”, scrive. “E ho deciso di raccontare la mia, anzi le mie esperienze non orribili, ma di cui comunque avrei fatto a meno e che certamente hanno segnato la mia vita, pur nella loro leggerezza e spesso mi hanno fatto guardare al mondo maschile come ad un ammasso informe di stupidità, incultura, fragilità, infantilismo e impotenza e non solo sessuale. Sono riuscita a difendermi, rispetto a tante altre donne, perché  ho avuto due genitori che mi hanno educata più con il loro esempio di vita che con le chiacchiere”. Le prime molestie Stefania le ha vissute in casa: “Ho 26 anni: uno zio, cugino di mio padre, che mi assale in cucina, mentre tutti, compresa la moglie e i miei parenti, sono seduti attorno al tavolo da pranzo e poi ci riprova nei mesi seguenti. Continuava a ripetere che gli facevo sangue. Poi un altro ‘parente’ – acquisito – , che mi aveva conosciuta bambina, una persona che doveva tutta la sua fortuna professionale a mio padre , non ha esitato ad infilarsi nel mio letto in piena notte – avevo 28 anni. E ne avevo 16 anni quando, ricoverata in ospedale a Gela per una appendicectomia, mi ritrovo nella stessa stanza dove era ricoverata anche mia nonna, già lì da 10 giorni per un infarto del miocardio; mi risveglio in piena notte con il medico di guardia – un quarantenne – che mi aveva già quasi spogliata, dopo aver somministrato alla nonna una dose da cavallo di sonnifero”. Poi a 27 anni la prima esperienza lavorativa: “Avevo superato un colloquio per una settimana di prova in un’agenzia pubblicitaria molto importante; mi affidano al vicedirettore per testare le mie capacità: dal lunedì al venerdì sono costretta ad ascoltare il racconto delle sue performance sessuali e l’invito continuo ad essere ‘malleabile’. Le mani addosso non le mette, non ha capito se ‘ci sono’ o ‘ci faccio’. Io glisso e continuo a fingere di non capire: quel lavoro mi serviva. Eccome se mi serviva! Il sabato mattina, il vice sentenzia che non sono adatta a fare quel lavoro. Telefono, in sua presenza, al direttore di zona, dicendo che non era possibile che avesse potuto appurare che non ero adatta, visto che in quei giorni avevo solo frequentato almeno una trentina di bar ed ero stata messa al corrente di tutte le donne con cui il vice aveva fatto sesso e con dovizia di particolari. Mi hanno dato un’altra settimana di prova e poi mi hanno assunta”. Stefania in privato o sul lavoro non ha mai ceduto e ora, quando ci ripensa, si dice che tante cose sarebbero state diverse. “Io non ho mai ceduto, né con i famigliari né con gli estranei. Ho taciuto e protetto i parenti e gli amici per il timore di una reazione sconsiderata di qualcuno accanto a me (timore senza fondamento) e con la convinzione, cinica ma realista, di essere tacciata come una spudorata bugiarda che seminava zizzania, ma contro gli estranei ho lottato e a volte anche perso, ma intanto li ho sputtanati e subito e senza paura delle conseguenze. Oggi vivo una condizione difficile, molto complicata, so che se avessi ceduto tante mie vicende personali avrebbero preso un’altra piega, che certamente non tutto , ma almeno una buona parte sarebbe stata più facile da gestire, più semplice, ma io so di aver fatto la cosa giusta per me. E’ incredibile che tutto quello che io, insieme a tante altre donne, abbiamo sperato negli anni ’70 non si sia avverato, ma è ancora più incredibile che ancora oggi tante donne continuano a credere a quello che io definisco il grande bluff maschilista”.
 
Certe volte vorrei ribellarmi, ma ho bisogno di lavorare – Grazia ha una storia di sfruttamento che prescinde dalle molestie sessuali. Ma che teniamo tra i racconti perché si vede il proprietario di un’azienda che sottopaga una delle sue dipendenti e che poi la penalizza per non aver mentito di fronte all’ispettore dell’Inps. “Lavoro per uno studio di amministrazioni di condomini nella provincia di un paese del Nord da circa 14 anni, gestito da marito e moglie, e di recente si è aggiunta nuora e il loro figlio minore. Dopo circa 4 anni in cui ho lavorato per loro tutti i pomeriggi, da lunedì a venerdì con uno stipendio mensile di circa 250 euro e pagata con ritenuta d’acconto una volta all’anno, sono praticamente stata obbligata ad aprire la partita Iva, perché o così o potevo anche andarmene, visto che non sono riuscita a trovare un altro lavoro ho accettato, con la solita promessa del ‘ti assumeremo’. Quel ti assumeremo è arrivato quando sono stati obbligati a farlo per la nuova legge, ma invece che considerare l’esperienza maturata presso di loro mi hanno assunto come apprendista. Ma anche qui non ho potuto dire niente e accettare. Un anno dopo si sono presentati in ufficio degli ispettori del lavoro, a sorpresa. Il capo era particolarmente nervoso e ha continuato a interrompere le domande che ci venivano fatte a me e alla mia collega (nonché nuora del capo). Alle domande dell’ispettrice io ho risposto con sincerità. Quando se ne sono andate, il mio capo ha cominciato a inveire, dicendo che non dovevo raccontare quelle cose, che dovevo dire che non mi ricordavo e che se usciva la multa me l’avrebbe fatta pagare. La multa non gli è arrivata, probabilmente perché ha amici un po’ ovunque e ha bloccato sul nascere il tutto, ma ha fatto più di un mese a farmi notare ogni errore. ‘Questo è un errore e sei già al secondo’. Ovviamente il primo era non aver mentito all’ispettrice. Certe volte vorrei ribellarmi, mandarlo al diavolo e andarmene… sfortunatamente ho bisogno di lavorare”.