Maria Laura è una mamma precaria e ha tre figli. Lavora in ospedale e una mattina all’alba viene bloccata tra il muro e la fotocopiatrice da un collega. Quando scrive, ricorda le mani sul collo e la lingua che cercava di entrare nella sua bocca serrata. Lo ha detto a qualcuno, ma poi ha pensato ai bambini che l’aspettavano a casa e alle bollette da pagare, quelle sì inevitabili. Carla invece era la più promettente dell’ufficio. Il capo l’ha notata subito: l’ha stimolata, sostenuta e l’ha fatta salire di grado velocemente. Poi un giorno, erano in macchina e le ha messo la mano sulla coscia. Lei ricorda di aver smesso di respirare, ma soprattutto il senso di schifo per se stessa, come se ogni successo ottenuto non avesse più nessun valore. C’è sopratutto la rabbia nelle storie che quaranta lettrici (ma anche qualche lettore) hanno deciso di inviare a ilfattoquotidiano.it (casella mail tiraccontolamia@ilfattoquotidiano.it) per parlare delle molestie sul lavoro: la rabbia di chi sa di aver ceduto a un vero e proprio ricatto solo per poter proteggere ciò che spettava di diritto, un posto fisso oppure una promozione. Poi la vergogna e il senso di colpa, quella domanda che ritorna a martellare in testa: forse sono io? La sceneggiatura è più o meno sempre la stessa: c’è un superiore, la maggior parte delle volte uomo, che usa il suo potere per chiedere qualcosa di più sapendo che resterà impunito. La vittima molto spesso, troppo spesso, è precaria: è sola e soprattutto non vuole accettare di dover rinunciare alla sua occasione di stabilità per colpa di un aguzzino incontrato per la strada. Di solito, vince sempre l’aguzzino. Qualcuna ha denunciato. Altre non hanno voluto, o non avevano abbastanza prove. Altre ancora hanno una scia di violenze che si trascinano dall’infanzia: famigliari, amici o conoscenti. Episodi che perseguitano la memoria e che rendono ancora più difficile venire allo scoperto.

Caterina è tra quelle che hanno trovato la forza di denunciare. Ricorda le mani sul seno e sul sedere ogni giorno in ufficio, ad ogni occasione buona. Ricorda che ha avuto bisogno della sua famiglia per riuscire a reagire. Angela era in prova da qualche mese quando il capo le ha chiesto prima di uscire e poi di salire in casa con lui. Ha detto due sì e si è fermata al terzo: non voleva avere rapporti sessuali con il suo superiore. Il lavoro non lo ha mai avuto. Carlotta è stata per mesi la dama di compagnia del suo capo: sognava un contratto fisso e per questo ha accettato tutto, come se “dal suo benessere con me dipendesse il mio futuro”. Non è mai stata assunta. E al colloquio successivo per un’azienda il responsabile le ha chiesto di chinarsi e simulare di raccogliere una monetina: lo ha fatto, presa dall’imbarazzo e dall’ansia di chi ha bisogno di uno stipendio a fine mese. Se ne è vergognata per anni. Arianna faceva l’attrice e ha lasciato l’Italia dopo che, per l’ennesima volta, un produttore l’ha accolta nell’ufficio facendole vedere “quanto era eccitato il suo pene”. Laura è stata costretta ad assistere al regista che si masturbava mentre le teneva bloccati i polsi. Alice invece non ha mai dato l’esame di latino all’università: il professore le ha detto che se avesse voluto le domande, avrebbe dovuto andare in albergo da lui a fare uno spogliarello. Maria è una giornalista di successo. Il suo caporedattore un giorno, mentre discutevano della posizione da dare a una notizia, le ha messo la mano sui suoi genitali per darle un esempio concreto di “quanto spazio avrebbe voluto darle”.

Il caso Weinstein, nel bene o nel male, ha aperto una finestra sul mondo dello spettacolo. Ma gli abusi e le molestie non avvengono solo in quel contesto. Il lavoro è la dimensione che assorbe la maggior parte del tempo delle nostre vite e dove lo squilibrio delle posizioni di potere spesso è la condizione che crea un ricatto. E ogni contesto ha le sue dinamiche diverse. Abbiamo diviso le testimonianze ricevute in base alla professione: le aziende, dove i dipendenti sono inquadrati in specifiche mansioni e hanno come obiettivo quello di poter avanzare di grado; gli enti pubblici, dove la tutela del posto fisso rischia di diventare una gabbia in entrambi i sensi: chi da una parte subisce la violenza o la molestia teme di perdere la garanzia guadagnata con fatica, dall’altra chi la esercita si sente intoccabile. Poi la scoperta del mondo dei precari: la maggior parte delle storie vengono da loro, ultra trentenni che non possono nemmeno immaginare di non avere il lavoro, ragazze che stringono i denti e sopportano perché c’è il mutuo da pagare, donne sole che vengono colpite perché ritenute deboli. Da non dimenticare il giornalismo, luogo di uomini con dinamiche consolidate in cui portare a un colloquio un mazzo di rose rosse viene considerato da molti semplice adulazione. Ma a cui, se c’è un rifiuto, segue la perdita del lavoro. Infine naturalmente il mondo dello spettacolo, ma anche quello opposto dell’università, dove professori molto potenti minacciano di non far andare avanti le allieve.

Le testimonianze raccolte parlano di violenze e molestie. Ma non solo. Dalle lettere risalta con chiarezza un clima di sessismo e maschilismo negli ambienti di lavoro che, quando viene raccontato sempre simile e con le stesse dinamiche in decine di lettere, costringe anche i più scettici a riconoscere almeno che esiste un problema. Le battute sono all’ordine del giorno, dove chiamarle battute è il primo errore: non fanno ridere nessuno se non chi le ha inventate. Gli altri devono mostrarsi divertiti. Le donne in particolare, altrimenti sono definite “bigotte” o “noiose”. “Ti piace scopare eh?”, ha detto il dirigente alla 21enne mentre puliva una sala ricevimenti. “E’ la mia posizione preferita”, ha sussuratto un capo alla sua segretaria mentre chinata studiava i documenti. “Vi abbiamo fatto dirigenti, ora potete stare zitte?”, ha detto un altro. Poi le osservazioni sui vestiti “da maestrina” o le lamentele perché la dipendente non porta abbastanza la minigonna: le lavoratrici sono controllate e riempite di attenzioni, con osservazioni sul fisico che infastidiscono e mettono in imbarazzo. E’ un capitolo difficile da spiegare a chi non lo ha mai subito, ma racconta il disagio di donne che lavorano in ambienti dove la volgarità, il sesso, la scopata, sono normali conversazioni da bar che – secondo i colleghi maschi – non dovrebbero scandalizzare nessuno. Tra tutte le storie basti quella di Stefania: ha passato la prima settimana in prova ad ascoltare i racconti delle performance sessuali del vicedirettore di un’agenzia pubblicitaria. Si è lamentata e quella prova non l’ha mai superata.

Sono pochi gli uomini che ci hanno scritto. Volutamente abbiamo scelto di aprire la nostra inchiesta a tutti coloro che si sono sentiti molestati o discriminati sul posto di lavoro, consapevoli che molte volte non dipenda dal genere. Per il momento abbiamo ricevuto solo tre testimonianze maschili su cui stiamo lavorando per proporre, nelle prossime settimane, un focus dedicato proprio agli uomini (alla mail tiraccontolamia@ilfattoquotidiano.it potete inviarci le vostre esperienze). Nei prossimi giorni seguiranno altre puntate di approfondimento sul tema, dai codici di condotta delle aziende alle difficoltà di supporto nei confronti di chi si sente vittima. Abbiamo deciso di dedicare la prima puntata alle storie che ci sono arrivate e come prima cosa, abbiamo scelto di pubblicare integralmente tutte le lettere ricevute. I nomi (tranne uno che pubblichiamo su richiesta della protagonista) sono di fantasia per proteggere l’anonimato di chi si è aperto con noi. In quei racconti dettagliati c’è una fotografia, sicuramente parziale ma autentica, del mondo del lavoro in Italia.

LE PRECARIE
Se sei carina con il capo ti compra la casa e non dovrai più pagare l’affitto. Se ti comporti bene, se fai compagnia al tuo dirigente, ti fa il contratto a tempo indeterminato. Se vai a letto con il responsabile d’area, il tuo periodo di prova sarà prorogato. La maggior parte dei racconti di ricatti e violenze sul posto di lavoro ricevute da ilfattoquotidiano.it le firmano donne precarie. Sono cronache di vita quotidiana di chi si gioca la sussistenza sua e della famiglia, ma soprattutto confessioni di chi ha fatto della resistenza la sua bandiera di dignità di fronte agli abusi di potere. “La mia condizione di mamma sola con tre figli e precaria ha fatto credere agli uomini di potermi molestare come volevano”, scrive Maria Laura. E come lei, Angela che fino all’ultimo ha sperato che il capo non le chiedesse di fare sesso in cambio del posto e quando ha rifiutato ha perso tutto. Oppure Carmen a cui hanno chiesto, come prerequisito per l’assunzione, se avesse il fidanzato e se fosse disposta a fare le ore piccole la sera. Quando ha rifiutato di andare a letto con il capo, l’hanno licenziata e poi riassunta con un contratto a tempo indeterminato: “L’ho accettato perché avevo il mutuo da pagare”. Carlotta ha seguito il suo capo per mesi: ha accettato le domande personali e la richiesta di fargli compagnia sperando che poi, il maledetto contratto arrivasse. Ha reagito e non è mai stata assunta. Stefania ha trascorso tutto il periodo di prova in un’importante agenzia pubblicitaria ad ascoltare le performance sessuali del vicedirettore. E non ha superato la prova. Nelle lunghe lettere le precarie si definiscono fortissime, perché hanno resistito fino a dove la dignità glielo ha consentito, ma hanno saputo, raccontano, dire no e affrontare le perdite. Anche quando voleva dire non avere più uno stipendio e non sapere come arrivare alla fine del mese.

La sua lingua che cercava di entrare nella mia bocca serrata dal disgusto – Maria Laura dice che ne ha tante da raccontare e che lei ha reagito sempre. Ma dice anche che è stato difficile. “La mia vita è un patchwork di tanti episodi e i racconti sono tutti uguali. Il ricatto è sempre alla base di tutto. Ricordo quella mattina, che stavo svolgendo il mio lavoro, in ospedale, come ausiliaria precaria e il mio coordinatore mi chiese di seguirlo per fare delle fotocopie. In men che non si dica, mi sono ritrovata bloccata, fra la fotocopiatrice e il muro, con la lingua in bocca che cercava di farsi spazio, nella mia bocca serrata dal disgusto. In quel periodo la mia condizione di donna sola, con tre figli piccoli e con un lavoro precario, ha come regalato il lasciapassare a diversi ‘uomini’, di potermi molestare come e dove volevano. Nella stessa struttura mi sono rivolta ai caposala e ai dirigenti, che ho trovato per lo più complici delle persone che mi molestavano. Un infermiere mi chiuse in bagno e bloccando i miei polsi cercò di baciarmi sul collo e dappertutto. La mia resistenza ha per fortuna fatto il resto”. Maria Laura racconta anche di quando a 16 anni vinse un concorso di bellezza e venne convocata nella stanza di un “impresario”: “Entusiasta di quella vittoria, fui praticamente catapultata nella stanza di albergo di un sedicente impresario, che aveva bisogno di vedermi a tutti i costi nuda per potermi far intraprendere la carriera di modella. Anche questa volta fui lesta nella fuga”. Oppure della sua esperienza da cameriera, di quando ricevette richieste speciali per avere qualche spicciolo in più. “Mentre lavoravo come cameriera, un cliente mi ricattò dicendomi che non mi avrebbe dato la mancia, se non fossi andata in bagno, a togliermi le mutandine, che lui voleva servite sul vassoio insieme al caffè…..e poi e poi e poi”. Per Maria Laura è stata una lotta che ora l’ha resa “fortissima”: “Io ho reagito comunque sempre. Nel limite delle mie possibilità. Bisogna essere forti in questo mondo. Non solo per le molestie, ma per tutto. Oggi sono fortissima, sto crescendo 4 figli da sola, ho conquistato un lavoro che mi permette di non far mancare un piatto di pasta tutti i giorni ai miei figli e soprattutto so che cosa dire alle mie figlie quanto si trovano in dubbie circostanze. Grazie di avermi fatto mettere nero su bianco, quello che è sempre dovuto restare a vivere nelle stanze buie della mia coscienza”.

Salii da lui per paura di offenderlo e non vedere rinnovato il contratto – Angela ha ceduto a metà. Quando c’è stato l’approccio ha cercato di dirsi fino in fondo che non sarebbe successo niente e che forse avrebbe potuto farcela comunque ad avere il rinnovo. Ma quel no al rapporto sessuale ha avuto le sue conseguenze. “Lavoravo per una nota azienda con un mandato di agenzia di un anno. Ero brava e i risultati arrivavano. Il capo agenzia ci provò con una scusa banale e mi fece salire da lui ed io per timore di offenderlo nel dire ‘no, non salgo’, salii. Cercò di baciarmi ed io lo rifiutai ovviamente. Per paura di ritorsioni parlai con i miei colleghi ed il mio capo area per avere un parere. ‘Vai avanti, sei brava vedrai non succederà nulla’. Dopo 6 mesi il contratto mi scadeva e lui non lo rinnovò nonostante i brillanti risultati. Provai a dire quanto era successo ai massimi dirigenti ma nessuno mi credette”.

•LEGGI LE ALTRE STORIE DELLE LAVORATRICI PRECARIE

AZIENDE
La vita in azienda è fatta di gerarchie e di condivisioni, quotidiane. Le storie che arrivano sono quelle di dipendenti che si trovano lentamente a dover accettare le attenzioni di superiori. Che poi si trasformano in altro. Caterina non entra nei dettagli, perché lei ha deciso di denunciare e c’è un processo in corso. Ma ha un ricordo nitido e sono le mani sul seno e sul sedere. “Pensavo fosse colpa mia”, è la frase che fa più rumore. Poi la solitudine. Tanta e sempre più profonda. Come quella di chi accetta in azienda le battute, ogni volta più pesanti delle altre. “Ti piace scopare eh?”, dice il capo alla neo-assunta mentre pulisce la sala ricevimenti con la scopa. Oppure “ma che bella posizione, la mia preferita”, sussurrato alla segretaria che studia le pratiche chinata sulla scrivania. Fino a Lara che durante una riunione tra dirigenti si è sentita dire: “Vi abbiamo fatto dirigenti, ora almeno state zitte”. Carla ricorda invece di quando aveva 25 anni e in azienda era arrivata per le sue qualità professionali. Dalla stima del capo alle mani sulla coscia è passato poco e prima di trovare la forza di reagire, ha dovuto aspettare giorni che sono poi diventati mesi. Perché sapeva avrebbe perso tutto quello che le spettava.

“Ricordo le sue mani sul mio sedere e sui miei seni, mi ci sono ammalata” – Lo sfogo di Caterina è molto personale. Racconta le dinamiche delle violenza psicologica di un superiore da cui, grazie al sostegno di un fidanzato e della famiglia è riuscita a sfuggire. Non entra nei dettagli perché, dice, c’è un processo in corso, ma la sua lettera parla del buio in cui si trova risucchiata una vittima sul luogo di lavoro. “Vorrei rimanere anonima, sia perché c’è una causa in corso, sia perché ho paura che lui mi faccia del male”, scrive. “Per anni ho subito abusi psicologici e molestie all’interno dell’azienda per cui lavoravo. Poco a poco mi sono spenta, ho perso interesse per la vita e mi sono ammalata. Fino a quando non ho trovato il coraggio di parlarne a casa e con l’aiuto della mia famiglia e del mio compagno sono riuscita ad andare via da quella prigione. È stato un processo lungo e dolorosissimo. Io non volevo più vivere, mi sentivo annientata, pensavo fosse colpa mia, pensavo di non valere nulla. Grazie all’aiuto di una psicologa piano piano sto tornando a vivere. Ma non mi sono mai sentita così sola ed indifesa. Lui ha pensato bene di diffamarmi per fare in modo che rimanessi isolata e senza lavoro. Ora lo incontro per strada e mi fissa con uno sguardo di sfida che mi fa gelare il cuore e mi chiude lo stomaco. I pregiudizi sull’argomento sono così radicati che sono io ad essere stata isolata e non lui. Io non parlo mai di quello che mi è successo, perché spesso viene usato contro di me. Non voglio essere tutta la vita una vittima. Voglio tornare ad essere una donna“. Caterina parla di violenze subite che in un primo momento si illuse fossero casuali. “Nel concreto, ricordo ancora le sue mani sul mio sedere e sui miei seni. Le prime volte come fosse una casualità, poi sempre più insistenti al punto che evitavo di restare in ufficio da sola con lui. Ricordo che in un momento di rabbia ha preso la mia collega per un braccio strattonandola e facendole male. E io non ho saputo difenderla. E poi ricordo una ad una le umiliazioni a cui sono stata sottoposta. La violenza psicologica è più subdola di quella fisica perché non la riconosci subito e piano piano fiacca la tua volontà e alle umiliazioni ti abitui come fossero una componente normale del lavoro”.

Finché non è arrivata una mano sulla coscia – Carla racconta di un momento preciso in cui la situazione le è sfuggita di mano. Di quando si è sentita intrappolata da un capo che la faceva sentire succube, come se non avesse altra scelta che accettare attenzioni e pressioni che la mettevano sempre meno a suo agio. “Ancor più difficile”, esordisce, “è quando l’abuso nasce a seguito di un rapporto di stima e fiducia. A me è successo, con il mio ex-capo, che dopo un paio di anni di normali rapporti lavorativi, ha iniziato ad avere uno strano atteggiamento, più confidenziale. Scherzava, mi coinvolgeva sui progetti, proponeva pause pranzo insieme. Finché non è arrivata una mano sulla coscia, all’improvviso, mentre guidavo. Mi ha scioccata, irrigidita. Avevo 25 anni e non sapevo come reagire. Ho fatto finta di niente ma poi le cose sono peggiorate e la libertà di alcuni gesti fuori luogo ha preso il sopravvento e non la ho saputa arginare. Non ho saputo reagire e mi sono sottomessa a questa situazione. Per sopravvivere, a un certo punto, ho pensato fosse ‘normale’, che avesse ragione lui. Nonostante i suoi figli, nonostante sua moglie lavorasse con noi. Mi sono fatta andar bene questa follia e ho iniziato ad integrarla nella mia realtà. A lavoro hanno iniziato a farmi terra bruciata intorno altri capi e colleghi, mi hanno iniziata ad additare come l’ambigua e ho iniziato a stare molto male, nonostante risultati professionali eccellenti e una brillante carriera. Ci ho messo tre anni di terapia e il mio lavoro (che alla fine ho lasciato, un contratto a tempo indeterminato) a capire che ero diventata completamente dipendente dal mio ‘aguzzino’. Da una persona che si era approfittata della sua posizione (e di una notevole differenza di età) e della mia fiducia. Proprio come succede con la sindrome di Stoccolma. Io che sono indipendente, forte, sicura di me e mi ritengo una donna libera. Solo adesso, che ho avuto il coraggio e la forza di voltare pagina, so quanto fossi succube e dipendente. Per questo motivo, sostengo tutte le donne che hanno subito abusi: perché spesso, anche nella situazione più ovvia, non si ha la forza di reagire per tanti motivi. Uno di questi, e forse il più vigliacco perché il più difficile da identificare, è la dipendenza psicologica che ti consuma, mano a mano, come una droga”.

LEGGI LE STORIE DELLE DIPENDENTI D’AZIENDA

AMMINISTRAZIONE PUBBLICA

Il posto fisso nel pubblico come garanzia e prigione al posto stesso. Quello agognato da Chiara tutta una vita, ma che poi diventa una gabbia. Perché da una parte c’è chi si sente protetto e intoccabile e dall’altra chi non vuole perdere tutto per colpa di un’ingiustizia. Tra le storie che sono arrivate, un capitolo a parte riguarda chi lavora per enti pubblici, ovvero posti dove la tutela dovrebbe essere massima e invece si resta incastrati in dinamiche di minacce e sottintesi. Hai poco più di 30 anni e ti ritrovi ad accettare in silenzio attenzioni e offerte più esplicite. Le respingi, ma non basta e vieni “punita”. “Chi si mette contro i capi?” E’ la domanda che fa Chiara, spiegando la dinamica di quando cominci a pensare che “forse sei tu”. E’ la logica del potere, dice. Per Tatiana è stato un gioco simile: arriva poco più che ventenne e le spiegano le regole. Il capo porta l’amante e lei deve stare zitta. E fin qui pazienza. Poi viene aggredita nel corridoio e al suo “no” riceve una risposta lapidaria: “Farfallina con me potresti bruciarti le ali”.

Ho detto no, ma l’ho pagata cara – Chiara si è trovata a rimpiangere di aver vinto il concorso della vita nella pubblica amministrazione, quello che aveva desiderato per anni. Perché per tenerselo, ha deciso di accettare in silenzio molestie e pressioni. E quando ha scelto di opporsi alle richieste, è stata punita. “Avevo tanto desiderato un lavoro. Avevo 36 anni e ancora vivevo il dramma del precario e dei mancati pagamenti al lavoro fatto. Poi finalmente il concorso anche se per una categoria bassa, sebbene avessi la laurea e anche di più. Il posto fisso, l’assegnazione alla segreteria dei grandi capi dell’azienda. Poi con il tempo l’incubo. Gli sguardi, frasi ambigue, passaggio bloccato se passavo o reso piccolo. Il venirsi a sedere vicino a me per ‘fare la lettera’ da lui dettata insieme. L’interrogatorio sulla vita personale, i riferimenti ai vestiti, in alcuni casi troppo da ‘maestrina’ secondo lui. Sfuggire alle situazioni in cui rimani sola con lui, accorgerti che ti osserva e fare finta di nulla. Desiderare solo di scappare da quel posto così invidiato. Lui mi faceva promesse di carriera. Faceva sembrare tutto facile. Io ho detto no, ma l’ho pagata cara. Spedita a fare altro perché ho avuto il coraggio di scrivere in forma privata (solo a loro) quello che subivo”. Chiara, dice anche che non ha avuto “il coraggio di denunciare e andare avanti”: “Quando queste cose capitano a lavoro e tu desideri solo lavorare, hai paura di passare tu per quella che crea problemi. Ho tenuto nascosto tutto, mi sono presa la loro ‘punizione’, ma a distanza di quasi un anno questa ferita sanguina ancora. Molti parlano delle molestie e abusi sul luogo di lavoro. Ma dietro a queste cose c’è un mondo nascosto. Ci sono io, (e credo altre) che per tenermi il lavoro in una pubblica amministrazione ho detto no a certi atteggiamenti e l’ho pagata cara. Mi sono rivolta a specialisti del settore non per azioni giudiziarie (io sono la prima che per salvaguardare il mio lavoro e professionalità preferisco risolvere il tutto bonariamente), ma per farmi aiutare a superare quello che mi è successo. Per la legge penale la testimonianza della persona lesa potrebbe bastare se attendibile, ma per la legge civile no. Per il mobbing devono essere sei mesi dice la giurisprudenza e poi pretendono testimoni. Ma chi si mette contro i capi? Tutti ignorano che loro si fanno furbi. Sanno la legge e gli orientamenti ed evitano di sbilanciarsi apertamente. Fanno tutto in modo sommerso. Ma posso garantirvi che per farti male basta anche un mese in cui ti stanno addosso. Le molestie e abusi sul luogo di lavoro sono devastanti perché il lavoro per noi è importante specie se lo vuoi fare bene. Iniziano con piccole cose, battutine e poi piano piano si allargano. Tu nel frattempo inizi a pensare forse sono io che ho capito male, forse sono io a pensare male. Fino a quando poi con scuse banali cercano un avvicinamento. Certo lui non è riuscito nel suo intento, ma riuscire in questa impresa è stato emotivamente pesante e doloroso perché oltre a lavorare dovevo stare lì attenta a ogni sua mossa. È gente di potere e lo usa per i propri comodi”.

•LEGGI LE ALTRE STORIE DELLE DIPENDENTI PUBBLICHE

UNIVERSITÀ

Quando si parla di potere, non c’è solo quello di dirigenti e superiori, ma anche quello di chi può influenzare per sempre la tua carriera mentre ancora ti stai formando: i professori universitari. Alice il suo esame di latino non lo ha mai dato: ha cambiato piano di studi in corsa, dopo che il titolare della cattedra gli ha proposto un modo alternativo per superare l’ostacolo. E che prevedeva naturalmente il sesso. Per Marta i problemi sono iniziati durante la pratica da avvocato: il professore la inseguiva nell’ufficio per toccarla e lei per mesi non è riuscita a farsi firmare i documenti necessari per completare la burocrazia. Dettagli che cambiano la vita per sempre.

Il foglietto delle domande in cambio dello striptease e poi la lingua sul collo – Aveva poco più di 20 anni Alice quando si è presentata nell’ufficio del professore di latino per accordarsi sul programma d’esame. La proposta fu diversa dalle attese: in cambio delle domande concordate, avrebbe dovuto fare uno spogliarello per lui in privato. Da quel giorno, lei non ha rimesso piede all’università “per un bel po’”. “Ho 51 anni e solo ora ho deciso di denunciare un abuso che ho subito ai tempi dell’Università, quindi 30 anni fa. Poco prima della tesi avrei dovuto sostenere un ultimo esame di latino e quando sono andata nell’ufficio del professore per concordare il programma (si trattava infatti di un’iterazione degli esami che avevo già fatto, quindi il programma andava concordato con il docente di riferimento) il professore con modi decisamente gentili prima e ammiccanti dopo mi ha proposto, in cambio di un foglietto con le domande che mi avrebbe rivolto all’esame (sì, avrei dovuto portare pazienza e recitare la mia parte all’esame), di andare nel suo hotel per fargli uno striptease magari con un po’ di musica in sottofondo. Aveva appena finito di esplicitare la sua bella proposta, quando si è alzato, ha abbassato le veneziane e si è avvicinato, mi sono sono ritrovata bloccata con le spalle alla porta: ricordo la sua lingua sul mio collo. Le sue mani e poi la fuga. Non ho mai sostenuto quell’esame e non ho fatto la tesi in latino; non ho rimesso piede all’università per un bel pezzo, poi ho cambiato piano di studi e finalmente mi sono laureata in linguistica. Quando all’università mi hanno chiesto perché volessi cambiare il piano di studi, ho dato risposte un po’ evasive, ma era chiaro che tutti conoscevano le abitudini depravate del professore in questione. Perché non l’ho denunciato? Per vari motivi: provavo una vergogna immensa, volevo dimenticare quel pomeriggio, non avevo reagito subito. Perché ho ascoltato fino in fondo la sua proposta? Perché non me ne sono andata prima che mi si avvicinasse? Va bè, avevo una gonna molto lunga, ma perché mi ero messa quella maglietta blu scollata? Ecco, l’ho fatto, ho raccontato quella brutta storia. Ma ci è voluto molto tempo per non sentirmi più in qualche modo responsabile dell’accaduto”.

La pratica nello studio del professore che cerca di toccarmi – Per Marta la difficoltà sono arrivate durante la pratica da avvocato. Con un professore che cercava ogni volta di avvicinarsi a lei e i tentativi di resistere per arrivare in fondo alla vicenda. “Riassumo in breve: laureatami in giurisprudenza nel lontano 1977 con una tesi sulla difesa internazionale dei diritti umani, approdo presso uno dei migliori studi penalistici di Roma il cui titolare è anche un cattedratico famoso. Lavoro per un anno senza essere pagata un soldo, svolgo ricerche di alto livello che servono a lui per elaborare arringhe in processi lucrosissimi. Ogni volta che mi reco in studio a portare i risultati delle mie ricerche sono costretta a correre intorno alla sua scrivania per non farmi beccare. Ma non posso porre fine a questa tortura perché mi occorre fare almeno un anno di pratica forense per poter dare l’esame da procuratore. In un modo o in un altro riesco ad evitare le avance e a tirare in lungo. Pur di ottenere qualcosa lui mi propone immediatamente una cattedra all’università di Roma. Per me che non guadagno un soldo e sono piena di problemi familiari, si tratterebbe di una manna, a parte il fatto che l’insegnamento universitario è sempre stata la mia vera aspirazione. Ovviamente gli rispondo ancora una volta di NO. Intanto il fatidico anno è ormai trascorso e avrei bisogno della sua dichiarazione per poter sostenere l’esame. Si rifiuta. Non lo fa in modo esplicito, comunque non firma. Cerco di aggirare l’ostacolo con astuzia e mando una mia amica nel suo studio a ritirare il mio certificato come se nulla fosse accaduto. Naturalmente il professore in quel momento è impegnato e non può riceverla. Finalmente riesco a trovare la soluzione: mando un amico carissimo che, facendo lo gnorri, torna a chiedere il mio certificato. Stavolta, forse perché di fronte a un uomo non osa far figure, forse perché pensa che sia il mio fidanzato e teme un cazzotto in testa, finalmente firma la dichiarazione”.

GIORNALISMO

Il caporedattore che prende la mano di Marianna mentre parla del suo prossimo servizio per farle capire “quanto spazio potrà avere sul giornale”. Tra le storie di abusi, ci sono anche quelle che riguardano il mondo del giornalismo. Che, come già emerso negli anni, rimane uno dei contesti dove certe dinamiche sono ben radicate e continuano sempre uguali da generazioni. Marianna ha iniziato a lavorare negli anni ’70 ed è una giornalista di successo: ad ogni risultato è combaciata l’accusa di essere andata a letto con il capo di turno, perché in molti casi c’era chi sapeva che sarebbe stata la scorciatoia. Rebecca dice di essere stata una cronista mediocre, e per questo di essere stata più facilmente vittima di offerte di carriera fulminante. Un capo di una nota agenzia ad esempio le ha offerto un colloquio, ma solo a patto che uscissero insieme. Oppure ci fu il conduttore di un programma che le promise grandi cose, ma al presunto incontro di lavoro si presentò con un mazzo di rose rosse. Ha rifiutato tutte le offerte ed ha rinunciato per sempre al lavoro di giornalista.

Il caporedattore mi mise la mano sui suoi genitali mentre parlava dello spazio che mi avrebbe concesso  Marianna è diventata giornalista professionista negli anni ’70. Donna in un mondo di uomini, racconta le difficoltà di riuscire a essere prese sul serio e la credibilità che vacilla a ogni rifiuto di offerte che vanno oltre il lavoro. “Il primo abuso l’ho subito a quattro anni”, dice senza voler entrare nei dettagli. “E’ quello che mi ha dato il coraggio di dire no alle proposte indecenti. Ribelle e arrabbiata, ferita da questo sopruso, ho avuto la sfacciataggine e la forza di umiliare un direttore generale, un caporedattore, un conduttore, un direttore di giornale ed un presidente del Consiglio. Tralascio il disprezzo provato a tonnellate e l’oceano di lacrime versate (di nascosto, s’intende) causa i miei colleghi”. Quindi Marianna descrive il capitolo di ogni risultato che viene associato a una prestazione sessuale: “Non dimentico la vergogna di essere scrutata quotidianamente, nella mia femminilità, e trattata dai più come una da portare a letto, perché se ero arrivata lì, in quella redazione, ovvio che fossi stata l’amante del direttore e altrettanto ovvio che le interviste esclusive che ottenevo e che venivano pubblicate con molto risalto in prima ed in terza pagina, le avevo ottenuto con lo scambio di sesso. Se indossavo la gonna, dovevo per forza avere il ciclo, se indossavo i pantaloni allora avrei potuto essere preda”. Marianna racconta di essersi opposta con violenza a chi la tratta come “scalpo di pube”: “Non mi sono limitata a dire no, ma ho reagito con una furia indomabile distillando la mia rabbia in un tentativo di dialogo, rintuzzando le profferte e rigirando il discorso fino a far sentire il sedicente padrone che esibiva il suo potere per dirigere alla gloria e al successo il mio destino di giornalista, trattando me come scalpo di pube da aggiungere alla sua collezione, un povero, pusillanime vigliacco”. La giornalista a chi chiedeva prestazioni sessuali rispondeva facendo domande: “A uno di questi ho chiesto se non si faceva un po’ schifo ad approfittare della sua posizione nel domandare una prestazione sessuale in cambio di eventuale avanzamento di carriera mio. E assicuro che messi al muro, si sono sentiti spiazzati e vigliacchi. Due di loro mi hanno raccontato la loro triste infanzia e si sono messi a piangere. Uno mi ha risposto che era consuetudine da che mondo e mondo, e che se donna usciva dalla cucina, il suo regno, avrebbe dovuto aspettarselo”. Ma non solo. “Un giorno un altro, ritornando da una manifestazione, mi aveva dato un passaggio in auto per tornare a Milano, e mi disse: ‘Ti devo chiedere scusa, mi hanno chiesto se ti ho portato a letto, è pur sapendo che non è vero, ho lasciato credere che fosse vero. Mica potevo fare brutta figura. Sono un uomo’”. Infine: “Un altro capo che avrebbe dovuto discutere con me i temi di una rubrica sul suo giornale, mi mise la mano sulla sua patta mentre mi magnificava lo spazio che mi avrebbe concesso”. Marianna, ora che è arrivata in pensione, racconta di un mondo che non le sembra molto diverso da quel contesto professionale in cui è cresciuta lei: “Mi sono liberata da questo fango raggiunta l’età della pensione. Ho meno soldi, meno trofei, meno successi reboanti da esibire, ma ho una dignità cristallina che mi tiene compagnia”.

Il mazzo di rose rosse al colloquio – Rebecca ora ha un altro lavoro, ma per un attimo ha sognato di poter entrare nel mondo della stampa. La prima promessa è arrivata da un responsabile di una nota agenzia di stampa incontrato per caso durante un evento. “All’epoca cercavo di fare il salto da stagista precaria a professionista. Durante i due giorni di evento, il giornalista, si mostrato estremamente simpatico e disponibile, assicurandomi che mi avrebbe fatto ottenere un colloquio. Una volta tornati a casa, mi ha chiamato per invitarmi a cena dicendomi che se avessi voluto il suo aiuto sarei dovuta uscire con lui. Non sono mai uscita con lui e non ha mai avuto un colloquio”. Nonostante questo, Rebecca ha fatto un secondo tentativo: “Ho iniziato a lavorare su una rete privata con uno share inesistente. Dopo alcune puntate in cui mi occupavo di preparare i contenuti per il programma e assistere il conduttore durante la puntata il regista mi disse che ero molto brava e che avrebbe voluto darmi un programma tutto mio. Mi invitò a cena per discutere il programma, andai, si presentò con un mazzo di rose rosse. Lo respinsi e indovinate un po’? Il programma non si fece mai”. Rebecca non ha rimpianti, dice. Ma riconosce i tentativi di chi ha potere di fare pressione sui mediocri: “Non sono una Natalia Aspesi mancata, non ero certo un astro nascente del giornalismo, ma avevo voglia e passione. Sono sicura che le ragazze con tanto tanto talento riescono a fare carriera senza alcun compromesso ma quando sei carina e mediocre alcuni ci provano. Provano ad esercitare il loro potere sperando di ottenere qualcosa”.

LEGGI LE ALTRE STORIE DELLE GIORNALISTE

CINEMA

Il provino a casa del regista che si masturba tenendo fermi i polsi dell’attrice che cerca di divincolarsi. Laura era stata ripresa dall’agente perché troppo diffidente, perché non voleva stare da sola con quell’uomo. Aveva ragione. Le storie raccolte da ilfattoquotidiano.it sul mondo dello spettacolo, raccontano dinamiche che negli ultimi giorni, da dopo che il caso Weinstein è stato sollevato sui media, abbiamo imparato a conoscere a memoria. Sotto accusa, ancora una volta il mondo del cinema. Laura ne ha vissute tante di esperienze così (e noi pubblichiamo integralmente la sua lettera): l’agente che la bacia con la forza e poi la costringe a masturbarlo, o il regista che le mette le mani in mezzo alle gambe perché vuole sentire il suo odore. Anche Arianna lo spiega: se ne è andata dall’Italia dopo che il produttore l’ha accolta nello studio facendole vedere il suo pene eccitato. Anche qui, come in tanti altri ambienti di lavoro, la prima reazione è quella del sentirsi “uno schifo”, come se l’errore fosse il suo. Dice che oltre confine non le è mai più successo, ma forse è stata solo fortunata.

Rifiutai il provino a casa, l’agente mi disse che così sembravo diffidente. Poi il regista si è masturbato davanti ai miei occhi- Laura racconta, anche se vuole l’anonimato perché, dice, “il solo pensiero mi dà ancora vergogna”. La sua storia è la cronaca di una carriera sul grande schermo, finita bruscamente. “Avevo 18 anni quando ho iniziato a studiare teatro e 21 quando feci il provino per un film molto noto. Il regista dopo il primo incontro iniziò a farmi avance chiamandomi spesso, anche a casa, chiedendo di vederci, con la scusa di darmi dei consigli e ruoli nei suoi film. Quando lo incontrai, ci provò e ricevette un bel due di picche, cambiò immediatamente atteggiamento trattandomi con freddezza per poi sparire, insieme alle finte promesse. Questo era niente in confronto ai maiali incontrati successivamente. Ai miei 23 ho deciso di trasferirmi a Roma (ancora piena di passione e ambizione) per iniziare la carriera d’attrice. Mi sono iscritta ad un’altra scuola di recitazione. Il ‘maestro’ così lo chiamavano, era un maschilista misogino e umiliava noi ragazze carine con urli e mani nel culo appena poteva. Poco prima che terminassi il secondo anno di scuola mi contattò un giovane agente (conosciuto tramite un amico regista col quale avevo girato un corto), che mi accompagnò ad un appuntamento con questo pseudo regista. Già dal primo appuntamento mi propose una parte da protagonista nel suo nuovo film (che si sarebbe dovuto girare a breve) e però mi fissò un appuntamento per il provino a casa sua. A quel punto inizialmente rifiutai, pensando che a casa non era proprio professionale (fiutando già qualcosa). Ma il mio agente del tempo mi disse che in questo modo avevo espresso una diffidenza nei suoi confronti e che lui non l’aveva presa bene. Mi consigliò di fare il provino a casa sua; a quel punto accettai. Il giorno dell’incontro, arrivai in questa villa fuori Roma e mi accolse con un bicchiere di whisky in mano, il sigaro dall’altra, facendomi aspettare in giardino (con un pitbull che mi ringhiava); ho aspettato immobile fino a che non mi ha fatta entrare dentro casa. A quel punto mi si è avvinghiato addosso con la scusa di abbracciarmi perché gli facevo tenerezza (tra l’altro puzzava di ascella sudata, oltre che di sigaro). Prima di parlarmi del film voleva fare qualche scatto, mi sono fatta fotografare (vestita) ma voleva di più. Mi chiedeva pose porche, fino a quando mi fa mettere ‘a pecorina’. Appena mi sono resa conto della situazione, mi sono rifiutata di fare altre foto. A quel punto mi si è avvinghiato di nuovo addosso (già eccitato) strusciandosi contro. Più cercavo di respingerlo, più mi si appiccicava con la forza. Mi ha presa di peso e portata sul suo divano, mi ha messo in braccio a lui continuando a strusciarsi, mentre io continuavo ad oppormi. Con la forza mi tratteneva dicendo che più mi sottraevo più si eccitava. Con uno scatto sono riuscita ad alzarmi e andare verso la porta. Mi ha raggiunta prendendomi per un polso e bloccandomi: si è tirato giù i pantaloni e si è masturbato. Continuando a bloccarmi il polso, è venuto per terra. L’ho guardato con sdegno e mi ha detto: ‘Se provi a dirlo nessuno ti crede, è la tua parola contro la mia‘. Ci ha tenuto che questa cosa non uscisse, lì per lì gli ho dato il contentino per far sì che lui mi facesse uscire di casa, poi quando l’ho raccontato ad amici mi hanno detto che nel mondo del cinema se sputtani qualcuno sei finito, ti fanno terra bruciata, non lavori più. Quindi, a malincuore, ambiziosa com’ero ho taciuto. Ma qualcosa è cambiato per sempre e non solo.

Mi faceva vedere il suo pene eccitato e mi offriva lavoro in cambio di sesso – Arianna fa l’attrice, ora all’estero. La sua decisione di andarsene e mollare tutto è arrivata dopo le prime esperienze nel mondo dello spettacolo. “Negli anni ’90, all’inizio della mia carriera avevo 19 anni dopo aver partecipato in una serie televisiva incontrai nel suo ufficio di produzione il produttore della serie. Che mi propose di lavorare in altri film da lui prodotti in cambio di  prestazioni sessuali, non accettai ma lui continuo con insistenza a propormi lavoro tramite il mio a agente per potermi incontrare in ufficio. E farmi vedere il suo pene eccitato. Un vero schifo. Non ho potuto continuare il mio lavoro con questi continui ricatti. Lasciai la mia carriera per diversi anni, per poi riprenderla diversi anni dopo. Ma purtroppo ancora una volta un regista famosissimo ad un provino mi infilo la mano tra le mie cosce dentro le mutande. Mi imbarazzò a tal punto che rimasi pietrificata, senza parole. Non capivo più cosa dovevo fare. Poi lui smise e io me ne andai frustrata. Mi sentivo uno schifo e una nullità. Ora lavoro a Parigi e non mi è più capitato.

LEGGI LE ALTRE STORIE DELLE ATTRICI