di Marcella Cavallo *

Le immagini di pochi giorni fa girate dalla Cnn sull’asta di migranti avvenuta a Tripoli sono negli occhi di tutti, una vera e propria tratta di schiavi. Medici senza frontiere è un’altra voce autorevole che denuncia continuamente l’escalation di violenza e soprusi perpetuati nei centri di detenzione in Libia. Allo stesso tempo è ormai conoscenza diffusa, anche grazie ai molti giornalisti che vanno a guardare con i loro occhi, che il numero di persone e il tempo in cui vengono tenute prigioniere sta crescendo esponenzialmente da quando è entrato in vigore il patto stipulato con la Libia per mettere un freno alle partenze dei barconi.

Questo è il noto e non mi stupirei se metà dei lettori non fosse nemmeno arrivata fino a questo punto del post per l’interesse che questa situazione desta negli italiani in questo momento di grandi difficoltà. Il migrante è l’ennesima preoccupazione più grande di noi, nei confronti della quale non abbiamo gli strumenti per cambiare nulla e quindi ci schieriamo o con chi vorrebbe rimandarli a casa o con chi viceversa li accoglierebbe tutti non sapendo poi bene come fare. Cambieremmo opinione se tutta questa sofferenza avesse un impatto personale su di noi? Se improvvisamente non fosse più questione di migranti, ma diventasse un dolore che si intreccia ai nostri costruendo il nostro mondo di domani?

Le conseguenze di torture e violenze estreme di cui i migranti sono portatori, per loro stessa natura, non potranno rimanere confinate nei corpi che le trasportano da una riva all’altra del Mediterraneo. Quanto più la storia contemporanea, attraverso le mani di organizzazioni criminali, si accanisce su queste persone, tanto più sarà difficile aiutarle a superare i piccoli o grandi disagi psicologici che l’essere esposti ai traumi comporta. Molte delle persone che arrivano in Italia dopo lunghi mesi di carcerazione in Libia vogliono o sono destinate a rimanere nel nostro paese e si intrecceranno nel nostro tessuto sociale. I ragazzi a scuola, impiegati negli uffici pubblici, terzo settore e liberi professionisti che affiancheranno un domani non troppo lontano le nostre professioni e le nostre vite, se avranno attraversato quell’inferno che ci sembra appartenere ad un altro mondo, racchiuderanno nel loro profondo questo tipo di esperienze dal significato potenzialmente deflagrante e certamente imprevedibile oggi.

Prima o poi gli sbarchi riprenderanno perché il movimento di popoli è inscritto nella storia dell’umanità, e in questo momento di feroci disuguaglianze pensare di arrestarlo definitivamente è pura utopia. Cosa pensate che succederà quando arriveranno migliaia di persone rapite, torturate e vittime di estorsioni, trattate come merci da sfruttare, ammassate in stanze buie e sudicie, prive di ventilazione, costrette a vivere una sopra l’altra per mesi e mesi? Le donne, prima di essere obbligate a chiamare le proprie famiglie e chiedere soldi per essere liberate, vengono violentate senza alcuna precauzione perciò spesso rimangono incinte dei loro stupratori e partoriscono bimbi che nascono già con una storia di violenza sulle fragili spalle.

Lo possono testimoniare i tanti e tante colleghe che si occupano di curare questo tipo di ferite invisibili nei diversi centri di accoglienza, che sono anche nostre amiche, i nostri mariti e potrebbero essere i nostri figli domani. Su di loro l’incontro con questi muri di sofferenza che arrivano compatti e spessi dal mare ha delle ripercussioni importanti. Tecnicamente si chiama traumatizzazione vicaria ed è un rischio così concreto “nelle persone coinvolte nell’assistenza, trattamento e riabilitazione delle vittime di tortura, ma anche nel controllo e nella valutazione delle domande di protezione, che rappresenta una questione rilevante non solo in tema di prevenzione, ma anche in ambito di programmazione sanitaria” (Linee guida per la programmazione degli interventi di assistenza e riabilitazione nonché per il trattamento dei disturbi psichici dei titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale-Ministero della Salute).

Siamo sicuri che sperare che i migranti rimangano il più a lungo possibile lontani dalle nostre rive, e quindi sequestrati in Libia, sia il modo giusto di proteggere e prenderci cura della nostra futura comunità?

* psicologa e psicoterapeuta