Cosa pensereste a vedere una bambina di otto anni, mentre fa i compiti da sola, sottolineare sul libro di testo ogni professione declinata al maschile e accanto scrivere il mestiere al femminile? “Mi ha molto colpito sentirmi dire da mia figlia che non esistono solo ‘gli archeologi’ ma anche ‘le archeologhe‘”, racconta Maria Coletti, mamma del quartiere orientale romano di Torpignattara. Sua figlia è solo una dei piccoli partecipanti del laboratorio “A che genere giochiamo?”, un progetto di autocorrezione dei testi scolastici. “I libri di testo, strumento didattico fondamentale nelle scuole di ogni ordine, veicolano, in modo più o meno esplicito, contenuti sessisti o razzisti”, racconta Giusy Cicciò, operatrice di teatro sociale e socia di Dalia – Donne Autodeterminate e Libere in Azione. Partito nel 2013, in cinque anni il progetto ha coinvolto circa 250 alunni di una scuola primaria romana per un ciclo di laboratori che mira a educare i bambini al rispetto delle differenze, contrastando il radicarsi di pregiudizi e stereotipi. “Le donne spesso spariscono dai testi di letteratura e di storia, come da quelli di fisica e di biologia. Molto spesso nei problemi di aritmetica solo la mamma va a fare la spesa, mai il papà – precisa Roberta Marciano, educatrice e socia del progetto – Come docenti, educatrici e mamme ci siamo chieste, allora, come fare a correggerli e riscriverli insieme agli studenti e alle studentesse delle nostre classi, per fare in modo che questa pratica didattica risulti efficace a decostruire gli stereotipi che la scuola continua a veicolare”.

Alla base della violenza c’è squilibrio tra femmine e maschi

Anima e corpo di “A che genere giochiamo?”, il centro antiviolenza e l’associazione Dalia del quartiere Pigneto di Roma. “Lavorando allo sportello antiviolenza ci siamo rese conto che alla base della violenza c’è uno squilibrio tra i generi”, continua Roberta Marciano. “Secondo la nostra esperienza la violenza sulle donne non è imputabile a fattori sociali o di nazionalità ma è un problema culturale – continua l’educatrice –. Per prevenirla è fondamentale un intervento precoce, andando a parlare direttamente dai bambini della scuola primaria”. Ma come introdurre ai bambini e alle bambine delle elementari temi come il sessismo, il razzismo o la violenza di genere? Dalia ha scelto di farlo partendo dai linguaggi che sono a loro più vicini: i libri di testo e le favole.

Le volontarie dell’associazione leggono i manuali insieme ai bambini e spiegano loro che accanto all’uomo primitivo esisteva anche la donna primitiva, che non esistono solo gli scienziati ma anche le donne di scienza o interrogarsi sul perché, nelle illustrazioni, sono quasi sempre presenti uomini mentre le femmine sono relegate in trafiletti laterali. Partendo dal riflettere con i bimbi delle differenze di genere, il gruppo romano arriva poi a cercare di spogliare i più piccoli dagli stereotipi che ancora troppo spesso sono loro giustapposti dagli adulti. “Un femminile legato alla bellezza e un maschile legato alla forza, che deve reprimere le sue emozioni e non piangere mai – racconta Roberta Marciano -. Può sembrare datato, e invece abbiamo visto che sono ancora questi i modelli a cui i cartoni animati o i libri cercano di fare assimilare i bambini”.

Incredibile vedere quanto i bambini siano ricettivi e in grado di superare gli stereotipi e il loro punto di vista

Ecco quindi il terzo momento del laboratorio, quello in cui gli alunni sono colti dallo stupore. La sorpresa di vedere arrivare in classe un’archeologa donna, a differenza da come è declinata questa professione sui manuali di storia, o leggere una fiaba in cui a salvare la principessa è una ragazza, non un cavaliere, fino ad arrivare a decidere insieme che non esistono sport per maschi o per femmine. “Questo lavoro con i bimbi potrebbe esser capace di creare una società di pari opportunità e inclusiva delle donne, ed è incredibile vedere quanto i bambini siano ricettivi e in grado di superare gli stereotipi e il loro punto di vista”, racconta Giusy Cicciò. “Da decenni è ferma in Parlamento una proposta di legge per una riforma che faccia entrare nella scuola un percorso di educazione socio affettiva, e invece proprio questo tipo di prevenzione potrebbe essere la chiave per ridurre la violenza nella nostra società”.

Per portare questo progetto al di fuori delle classi di Torpignattara, Dalia – insieme ad altre sette realtà romane – questo autunno ha dato vita alla seconda edizione di Impunita, festival della cultura critica dell’infanzia. Un festival permanente visto che si sviluppa in incontri e riunioni lungo tutto l’anno. Al centro, proprio il mondo dell’infanzia. “I bambini e le bambine sono diversi: noi non vogliamo mettere in discussione questa diversità, il punto è che questa diversità non deve comportare una discrepanza dei diritti – continua Marika Marianello, insegnante di spagnolo alle superiori e parte del collettivo Cattive Maestre, tra le organizzatrici di Impunita -. Ricco-povero, bianco-nero, uomo-donna sono binomi che creano dei giochi di potere. I bambini, dal punto di vista pratico, vivono questi stereotipi”, ad esempio quando diciamo loro che esistono sport da maschio o giochi che le femmine non possono fare”.

Ricco-povero, bianco-nero, uomo-donna sono binomi che creano dei giochi di potere

Il problema, continua Marianello, “è che si pensa che il nostro sia un movimento che riguarda solo le donne, mentre la parità di genere è una visione alternativa rispetto alla realtà attuale che comprende soprattutto gli uomini. E invece, anche da adulti, si continua a fare maschi contro femmine”. Ed è proprio per ridurre questa conflittualità, che le maestre e le educatrici di Torpignattara cercano di spiegare ai bambini e alle bambine il reale rispetto verso l’altro. Fino a che, cliché dopo cliché, le bambine, non riescono più a stare al loro posto. Perché quando si spiega a una femminuccia che il rosa non è il solo colore che può indossare e anche anche lei, come i maschietti, ha il diritto di urlare, arrampicarsi e sporcarsi il vestito, è difficile che una bimba abbia intenzione di tornare indietro a indossare i panni della calma principessina. “Qualche tempo fa eravamo in montagna e, durante una sosta, un bambino più grande di mia figlia le ha detto che non era una bambina perché era vestita di azzurro – racconta Maria Coletti -. Sarà stato l’influsso del laboratorio di Dalia, ma la piccola di otto anni ha risposto che non solo le piace il colore azzurro, ma adora anche le tigri. E poi è tornata da sua mamma, che osservava la scena, quasi per rasserenarla: “Tranquilla, l’ho messo a posto io”.