di Carblogger

Molti considerano l’intelligenza artificiale il prossimo step dell’evoluzione dell’uomo. Nell’auto ne abbiamo alcuni elementi, altri arriveranno presto. Ma da quando l’uomo guida ha sviluppato competenze e processi mentali che tengono allenato il cervello, anche senza che se ne accorga. Per calcolare la distanza necessaria per rallentare e fermarsi nel mezzo di un incrocio, per non fare incidenti o per non investire pedoni, si utilizzano competenze che ci arrivano direttamente dalla fisica: la velocità, lo spostamento, il tempo. In un battito di ciglia facciamo calcoli che probabilmente non sappiamo neanche di saper fare.

Poi sono arrivati i sensori di parcheggio, la guida autonoma di livello 2 e i navigatori.

Il nostro cervello, pian piano, smette di fare tutte queste operazioni e le delega alla macchina, anzi all’entità che all’interno della macchina inizia a sua volta a sviluppare competenze. Ed eccoci qui a parlare di intelligenza artificiale come di quell’elemento immateriale al quale trasferire la nostra.

La maggior parte degli analisti indicano nella guida autonoma e nell’intelligenza artificiale i nostri “salvatori”: meno incidenti, più tempo a disposizione. In realtà, credo sia iniziato un lento e lungo processo che porterà il nostro cervello ad essere utilizzato sempre meno, anche nella quotidianità. Sospetto che quel lento ma continuo allenamento che ciascuno di noi faceva senza nemmeno rendersene conto verrà meno, fin quando entrare in macchina significherà smettere di pensare del tutto.

Si diceva in passato che utilizziamo solo una piccola parte del nostro cervello, ormai sappiamo che non è così, ma sappiamo che bisogna tenerlo in allenamento, bisogna leggere, studiare, stimolarlo. E adesso? Ci stiamo evolvendo o stiamo trasferendo la nostra materia grigia a un’entità che, tra qualche milione di anni ci avrà raggiunto e magari superato? Ma tanto noi non lo vedremo.

@carblogger_it

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