“Chi è senza peccato scagli la prima pietra!”, tuona Michael Shannon in veste di “predicatore” prestato al contrappunto con Bob Dylan nel suo Gospel Tour. Nulla di più adatto a bacchettare la Hollywood peccatrice, vittima e carnefice di un effetto domino scandalistico senza tregua. L’attore americano è alla Festa del cinema di Roma, il cantautore premio Nobel no, ma voci lo dicono giunto nella Capitale, sicuramente lontano dai tappeti rossi. Ad unirli è un documentario unico nel suo genere, un “viaggio musicale” travestito da concert movie dal titolo Trouble No More che riprende Dylan live dai palchi di Toronto e Buffalo nella primavera del 1980.

Girato dalla regista Jennifer Lebeau e presentato al New York Film Festival 2017, il documentario assembla dei preziosissimi footage inediti di recente ritrovamento a dei sermoni pronunciati da Shannon dall’interno di una chiesa. Questi s’ispirano ad alcune prediche reali rinvenute da Luc Sante e risalenti a decadi fra gli anni ’20 ai ’60. I testi sono coerenti ai messaggi delle lyrics che Bob Dylan scrisse nel periodo della conversione, fra il 1979 e il 1981, anima delle canzoni contenute in tre indimenticabili album, Slow Train Coming, Saved e Shot of Love. Sotto accusa peccati gravi come l’ipocrisia, l’egoismo, lo spreco, la discrimazione e lo sfruttamento.

Senza Dio dove andremmo, come potremmo resistere alle tentazioni carnali? Appunto. Michael Shannon, fra i più riservati e schivi divi hollywoodiani, noto per la scelta di non pochi personaggi integri e complessi, non può sottrarsi alle domande sui sexgate d’attualità. “La situazione è complessa e per noi è imbarazzante assistere a questi scenari. Ma chiaramente là fuori accadono fatti ben più gravi, penso alle guerre e agli attentati, di fronte ai quali il mestiere dell’attore appare futile, inutile. Cerco di scegliere film ispirati e ispiratori pensando anche che un giorno potrebbero aiutare i miei figli a diventare persone migliori. Le coscienze si possono smuovere con l’arte, specie quando questa infonde pace e speranza a chi disperatamente la necessita”.

Parole quelle del 42enne nativo del Kentucky che avrebbe potuto pronunciare lo stesso Dylan, che pare abbia visto il film a lui dedicato ma senza commentarlo. “Bob è molto focalizzato sul presente e non gli interessa il suo passato”, sottolinea la regista di Trouble No More riportando lo statement del manager di Dylan al quale aggiunge “e d’altra parte non sarebbe il grande artista che è se non fosse così”.

Da parte sua, Michael Shannon non ha mai incontrato personalmente il poeta di Duluth se non ai concerti che regolarmente frequentava; ha tuttavia interpretato un altro grande mito d’America, forse all’opposto di Dylan, ovvero Elvis Presley nel film Elvis & Nixon (dove il presidente era incarnato, guarda un po’, da Kevin Spacey..) rivelando aspetti del Re del Rock ‘n Roll simili al menestrello Dylan: “Facendo ricerche per il film, ho scoperto che Elvis era una persona molto spirituale, sempre alla ricerca di una comprensione profonda dell’esistenza e di quanto potesse fare per contribuire a migliorare la vita delle persone”. Ascoltare Dylan e Shannon seppure a distanza di 37 anni l’uno dall’altro suona come una boccata d’aria salubre fuori dalle atmosfere torbide e malsane in cui versa l’universo di valori americano.