Il paradosso è che, tra le centinaia di candidati a uno dei 90 seggi regionali in Sicilia, ci saranno anche molti “impresentabili”, anche se al di sopra di ogni sospetto. Con voti sporchi in tasca e casellario penale lindo. Il problema non è (solo o tanto) penale, ma politico. Molto politico e di costume. Un bravo parlamentare della commissione Antimafia, Davide Mattiello, mi ha detto una cosa giusta e semplice: “Io credo che un mafioso che voglia eleggere un amico all’Assemblea regionale siciliana (Ars), faccia di tutto per avere un amico incensurato per mandarlo lì. Più facile e pulito”.

Per aggirare i controlli. In fondo, la Storia è andata avanti sempre così. La campagna elettorale in corso in Sicilia – secondo me – conferma quella vecchia, bruttissima regola siciliana (e italiana) che sposta tutta l’attenzione sui tribunali. Perché nel sistema politico vale cinicamente la regola che i voti non puzzano, a prescindere dalle sentenze passate in giudicato, dalle garanzie per gli indagati ma anche dalla moralità della vita politica. Siccome la mafia non è stata sconfitta e anzi è sempre più potente e ricca, silenziosamente occupa l’economia legale e ha bisogno, per esistere, di legami con la politica (se no non sarebbe più mafia), state certi che la mafia voterà e farà votare. Come? Dopo le elezioni, ce lo racconteranno i magistrati, se stanno facendo indagini; perché ora, nel nostro codice penale, c’è anche il 416 ter che punisce il voto di scambio politico-mafioso.

Queste elezioni siciliane produrranno la solita scena: l’Assemblea regionale sarà frequentata ancora una volta anche da gente che ha preso voti su pressioni delle mafie, magari anche con la fedina penale pulita. Non ne ho le prove, ma so che è così. E lo sanno o lo sospettano anche i leader locali e nazionali dei principali partiti. I quali però in base alla vecchia logica della real politik tollerano, a destra e a sinistra, non scelgono di buttare fuori nessuno. Al netto dei carichi penali pendenti o delle relazioni pericolose.

Detto che la commissione parlamentare Antimafia non ce la farà a dare prima del voto di domenica 5 novembre la sua lista di dichiaratamente impresentabili, cioè “pregiudicati”, (state certi che ci sono anche quelli) perché le procure distrettuali non hanno raccolto e trasmesso in tempo i documenti sui procedimenti penali in corso, chiedo a voi che leggete: se voi foste il leader locale o nazionale di un partito, avreste onestamente candidato un giovane uomo così? Riguardate questo video, diventato “virale” sul web meno di un mese fa.

L’uomo sul palco si chiama Riccardo Pellegrino, incensurato già eletto consigliere comunale a Catania dal 2013, con 1.100 voti di preferenza e ora candidato all’Ars per Forza Italia: parla la sera del 7 ottobre scorso a San Cristoforo, a poche centinaia di metri dalla casa natale del boss Santapaola. E rivendica l’amicizia con il figlio del boss del clan Mazzei, detti “i carcagnusi”, fedelissimi a don Nitto. L’amicizia non si nega a nessuno e ognuno si sceglie gli amici che vuole, ma se uno grida e rivendica in quella piazza (o altre) siciliana l’amicizia con un Carcagnusu sa quel che fa e lo sa a ragione veduta.

Ci sono, nelle liste elettorali siciliane, altri candidati simili, e non solo nel centrodestra. Parenti o amici di condannati, mafiosi e mafiosetti. Ma incensurati. In lista solo per portare voti, quei voti . Hanno il diritto di candidarsi; ma i partiti avrebbero forse dovuto sentire il dovere di non accoglierli. Se no, ha ragione una leader nazionale (badate, persona onesta) che ha detto in un comizio: ”Mi accodo all’appello perché i cittadini non votino i cosiddetti impresentabili, perché alla fine sono loro che fanno la selezione vera”.
No, onorevole Meloni, sono i partiti che dovrebbero farla prima, se no questa storia non finirà mai. O no?