Quanto c’è di corretto e di lecito nell’articolo di Libero che ha riportato con dei virgolettati (quindi si intende letteralmente) le dichiarazioni delle vittime dello stupro avvenuto a Rimini con il titolo “Stupro di Rimini, i verbali dell’orrore: violenze disumane e doppia penetrazione, il racconto della turista e del trans”?

Dal punto di vista giornalistico, non condivido un solo passaggio di quell’articolo apparso il 6 settembre sul quotidiano e che ha fatto molto discutere. Non condivido, neppure sotto il profilo giuridico, la pubblicazione dei verbali delle vittime. Alcuni lo hanno (a parer mio giustamente) marcato come un uso pornografico della vicenda e dei verbali, altri lo hanno ritenuto indispensabile ai fini della conoscenza della verità. Ma erano proprio questi i dettagli che ci servivano per comprendere la sofferenza della vittima di una violenza sessuale? Oppure, letto dalla parte di una difesa costituzionalmente garantita anche ai quattro indagati, saranno quei verbali, già pubblicati, a condizionare un organo imparziale che dovrà pronunciarsi nel merito dei fatti?

Di discussioni, ma anche di pronunce, sull’opportunità di mantenere stretto riserbo sul contenuto di atti di indagine (non ancora concluse) e di impedire la pubblicazione di atti (in questo caso di verbali riportati in un’ordinanza cautelare conoscibile alle parti), che non sarebbero per questo più coperti da segreto, ne esistono. Perfino la Corte di Cassazione si è espressa negativamente, in vicende analoghe, sulla possibilità, per i giornalisti, di divulgare atti non più coperti da segreto investigativo, ma comunque non pubblicabili con il mezzo della stampa (stante l’esistenza di norme a questo proposito: l’art.114 del codice di procedura penale e l’art.684 del codice penale).

Il fine è duplice: tutelare tutte le parti e riconoscere a un giudice, investito di quel procedimento, la giusta serenità per poter decidere su una vicenda così delicata.

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