Il fallimento della previdenza integrativa è dimostrato da un fatto che salta agli occhi dalla Relazione per l’Anno 2016 della Covip, organo di vigilanza per i fondi pensione. Salta agli occhi, ma cerca di tenerlo ben nascosto la claque dei fondi pensione, bene inchiavardata nelle redazioni giornalistiche e nelle università.

È il numero irrisorio di quanti scelgono la rendita vitalizia anziché un capitale in un’unica soluzione, arrivati all’età della pensione. Per i fondi chiusi l’anno scorso sono stati in 149 rispetto a 21.100 iscritti, per i fondi aperti 277 rispetto a 7.000, per i piani individuali pensionistici (pip) 74 rispetto a circa 19.800, ovvero meno dello 0,5%. Nel complesso il 99% prende i soldi e scappa. Solo l’1% preferisce la tanto decantata e strombazzata pensione di scorta.

Libere scelte individuali, è l’obiezione più facile. Senza dubbio; e anche scelte sagge, perché optare per una rendita vitalizia di una compagnia d’assicurazione è molto pericoloso, in particolare nella prospettiva di vivere a lungo. Il punto però è un altro e riguarda i circa 7,8 milioni di italiani iscritti a qualche forma previdenziale. Durante la fase d’accumulo, cioè quella dei versamenti, è pacifico che un fondo pensione è gestito come un fondo comune d’investimento. Lo ammette a denti stretti anche l’industria del risparmio gestito, che però non gradisce che lo si dica. Per cui la rendita vitalizia si riduce a essere il solo aspetto previdenziale dei vari insulsi prodotti gabellati come la soluzione ideale per integrare o addirittura avere una pensione.

Ma perché allora uno sottoscrive un fondo pensione o un pip? Nel caso migliore per uno o più dei seguenti motivi. Primo, come forma di elusione fiscale. Secondo, per scommettere il proprio Tfr sui mercati finanziari. Terzo, per ricevere un po’ di soldi a danno dei propri compagni o colleghi di lavoro. Nel caso peggiore, perché è stato truffato.

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