Il contributo più significativo alle indagini finora è stato fornito da Brunello Robertetti, il poeta interpretato da Corrado Guzzanti. E’ lui il faro della procedura di identificazione del criminale. Proprio lui, quello che nello show televisivo L’Ottavo Nano declamava “Con quanti nomi puoi chiamare Dio? Puoi chiamarlo in mille maniere: Dio, Visnù, Budo, Ernesto, Khrisna, Giove, Allah. Tanto non ti risponde”.

Grazie alla sua ispirazione oggi sappiamo che il killer di Budrio è Igor Vaclavic, Ezechiele Norberto Feher e almeno altre dieci persone. E’ russo, serbo, slavo. E’ la belva, la bestia, il ninja. E, a mutuare Robertetti, tanto non lo si trova. E mentre tutti fanno giustamente il tifo per il mastodontico schieramento impegnato nel non agevole rastrellamento, nessuno si chiede le ragioni del precedente mancato controllo del territorio e soprattutto dei soggetti pericolosi che lo popolano pressoché indisturbati.

Situazioni di questo genere non si limitano a turbare quiete e tranquillità del quisque de populo, ma alimentano la sfiducia nelle istituzioni e – a più ampio spettro – nel Sistema Paese lasciando spazio solo alla speranza che un qualche eroe possa sgombrare l’orizzonte dalle paure.

Gli eroi, e ce ne sono davvero tanti in ogni dove, costituiscono quella eccezionalità che collide con un normale vivere quotidianamente in santa pace e non rappresentano l’antidoto per contrastare il malfunzionamento generale. Gli eroi riescono a dimostrare che l’impossibile non è mai tale, ma il “possibile” resta irrisolto.

Il Paese ha bisogno più di gente che fa seriamente il proprio dovere e meno di saltuari esempi di incredibile rettitudine o di indomito coraggio. Non sono gli stanziamenti straordinari a rimettere in sesto le Forze dell’Ordine, ma una cura costante del loro “stato di salute”. In tempi in cui con il caso Consip ci si accorge delle “perfettibili” dinamiche di approvvigionamento della Pubblica Amministrazione, probabilmente è persino superfluo raccontare della scarsità o dell’inadeguatezza dei mezzi a disposizione delle forze di polizia.

Ma quel che maggiormente pregiudica l’efficienza della macchina preventiva e investigativa è la carenza di personale (depauperato da assunzioni sempre più esigue e pensionamenti a ritmi stabilmente proporzionali agli abbondanti arruolamenti di un tempo) che ha spolpato i reparti che presidiavano ogni angolo d’Italia. Il cittadino non trova più il maresciallo o l’appuntato costantemente al corrente di ogni minima circostanza, ma se bussa alla vecchia caserma scopre che quel “comando” è stato trasformato in “citofonico” e chi gli risponde – magari a 30 chilometri di distanza – non ha nessuno da poter mandare in soccorso.

Il non avere riscontro alle proprie legittime esigenze di sicurezza o il non trovare risposta tempestiva a una chiamata di emergenza alimentano le barbare convinzioni di dover provvedere da soli, sognando di poter giustiziare anziché ottener giustizia. E’ il degrado verso il quale stiamo correndo a velocità crescente e la politica deve riuscire a metter freno ad una deriva incivile.

Mi auguro che l’operazione in corso giunga rapidamente alla cattura dell’efferato delinquente, ma altrettanto spero che questa impasse faccia riflettere sulla fame di sicurezza e sulla “dieta” che forse andrebbe seguita per evitare sporadiche indigestioni di audacia e ardimento e per garantire un persistente ed equilibrato tenore di serenità.

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