di Enzo Marzo

Dopo il risultato del referendum sulla riforma costituzionale, mi divertii a descrivere una seconda “legge ferrea” dei partiti. Facevo il verso alla strafamosa “legge ferrea dell’oligarchia” che fu formulata più di un secolo fa dal tedesco Robert Michels, che ha retto e regge ancora benissimo alla prova dei fatti (smentendo persino chi lo ha criticato) sostenendo ottimisticamente che le ideologie e i valori non possono essere abbandonati del tutto dalle oligarchie, le quali rimangono pur sempre condizionate.

Invece la storia politica italiana dimostra il contrario e dà ragione a Michels: la trasformazione dal Pci attraverso molteplici variazioni fino al Pd è la prova provata che la classe, prima, politica e poi semplicemente burocratica dei capi “comunisti-excomunisti, postcomunisti” regge da decenni pur avendo mandato in soffitta la vecchia ideologia e pur essendo rimasti nudi e crudi col solo amore per il proprio potere. I vecchi capi del Psi addirittura, pur di sopravvivere, sono passati armi e bagagli in campo avversario e hanno costituito per decenni l’ossatura portante del berlusconismo. Forza di conservazione dell’oligarchia.

La mia “legge ferrea” è un codicillo della teoria di Michels e spiega benissimo ciò che avvenendo in Italia. Un’oligarchia morta dentro, se si scontra con una forza che esprime valori meditati e sentiti, è destinata a fare la fine dei dinosauri; se invece il degrado politico ha raggiunto livelli molto gravi e coinvolge tutti, di solito accade che lo scontro si riduce a due o più oligarchie chiuse e vuote come gusci. In tal caso, i destini sono solo due: le oligarchie, come due pugili suonati, si reggono a malapena in piedi e si salvano dal tappeto soltanto abbracciandosi e sorreggendosi a vicenda. Con la complicità dell’arbitro che, invece di dividerli, li sposa. È accaduto e accade. Oppure, seconda soluzione: sono condannati alla legge ferrea dei gamberi: vince non chi è più avvertito politicamente ma quello che riesce a compiere un errore meno dell’altro. Quello che fa meno concessioni al prepotente masochismo che li domina entrambi. E’ una corsa all’indietro, come appunto quella dei gamberi.

Leggendo i giornali se ne hanno prove ogni giorno. Già mesi fa feci l’esempio del M5s che trovandosi il 4 dicembre improvvisamente di fronte all’autogol di Renzi sulla riforma costituzionale non ha potuto sopportare il vantaggio che gli forniva il Presidente-bambino e  si è rimesso subito al passo con una terribile scemenza: «Nella notte delle votazione, ancora a urne non tutte scrutinate, il M5s già butta a mare l’argomento principe della competizione (il “combinato disposto con una legge elettorale ignobile”) e dichiara che vuole andare alle elezioni anche con quell’Italicum che ancora poche ore prima giudicava incostituzionale. Paradossalmente affiancandosi a Renzi e a Salvini per elezioni truffaldine. Non contento di questa autofustigazione, nelle ore successive insiste e ripete l’errore del dopo-elezioni politiche, assumendosi la responsabilità di far fallire l’unica soluzione seria: un governo istituzionale di scopo, che abbia l’unico obiettivo di costruire col favore del velo d’ignoranza un’organica riforma elettorale destinata a durare, e non come le ultime fatte su misura».

Ma a questo punto la squadra renziana ri-ha la palla ma non può sottrarsi all’impulso di correre a perdifiato per scagliarla nella propria porta con un ridicolo governo-fotocopia. Così via. Gli esempi per Renzi si sprecano. Basti pensare a quale travolgente amore per la frusta lo portò a pugnalare alle spalle un proprio sindaco (marino) per decurtare per un paio di anni il potere Pd su Roma e consegnarlo con una sonora sconfitta al suo principale avversario. Il quale, a sua volta, per non essere da meno da quel momento si sente in dovere di inanellare una interminabile collana di errori, pasticci, menzogne.

Come vedete è una corsa appassionante.

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