Proteste e barricate quando l’arrivo dei profughi è annunciato, spesso imposto, dalle autorità statali. Rivolte dei migranti stessi, quando il degrado è di Stato, in particolare nei grandi centri di prima accoglienza o in quel che resta dei Cie, i Centri di identificazione ed espulsione che ora si vorrebbero riaprire in base a un opinabile nesso con le stragi di Berlino e Istanbul, rivendicate dall’Isis. Come è accaduto a Cona, in provincia di Venezia, dove 1.500 richiedenti asilo sono stati concentrati in una struttura – un Centro di prima accoglienza – fatiscente, in un paese di appena 190 abitanti. Pochi o nulli, invece, i concreti problemi di convivenza dove i profughi già vivono, anche per molti mesi (non per volontà ma in attesa dell’esito della richiesta di asilo), specie se sono sistemati in strutture adeguate e ben gestite.

Illuminante quanto dice il sindaco di centrodestra di Cona, Alberto Panfilio, all’indomani della rivolta degli ospiti del centro, innescata da presunti ritardi nei soccorsi a una giovane ospite deceduta per un malore. “Questo centro era nato nel luglio 2015 per ospitare 15 migranti. In agosto erano già 300. Già allora sentivo i governanti parlare di necessità di sfoltire le fila, ma siamo arrivati ora a 1500”. Il sindaco non fa cenno a furti, violenze, scontri, né ad altri spauracchi che agitano le barricate preventive. I migranti (per lo più persone che vorrebbero proseguire il viaggio verso altri Paesi europei) hanno semplicemente “cambiato le abitudini di Cona”. E’ questo “il fallimento dell’accoglienza e dell’organizzazione”.

Così la “paura“, la voglia di “sicurezza“, si rivelano più politico-mediatiche che reali. Insomma, come si dice oggi, sono per lo più “percepite“. E pazienza se poi, all’atto pratico, nella stragrande maggioranza dei casi la convivenza fra residenti e richiedenti asilo si rivela molto meno problematica di quanto sbandierato in manifestazioni e comizi.

E’ il risultato di un’inchiesta di ilfattoquotidiano.it sui luoghi dell’accoglienza istituzionale dei richiedenti asilo. Al 30 dicembre 2016 – gli ultimi dati forniti dal ministero dell’Interno – l’Italia fornisce accoglienza a 175mila immigrati. Di questi, oltre 23mila sono a carico della rete “Sprar” (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e quasi 137mila si trovano in strutture temporanee (il resto, oltre 14mila, sono in centri di prima accoglienza e hotspot). La regione più impegnata è la Lombardia (23mila persone, il 13% del totale), seguita dal Lazio (quasi 15mila, 9%), e da un gruppo di regioni sostanzialmente appaiate: Veneto, Piemonte, Campania e Sicilia (circa 14mila ciascuna, pari all’8% del totale).

Abbiamo chiesto ai nostri giornalisti di segnalarci le storie più forti da questi territori, nel bene e nel male. I casi di degrado e conflitto, ma anche le buone pratiche che possano fare da modello. E soprattutto, di illuminarci sulla vita quotidiana dentro e intorno ai centri di accoglienza grandi e piccoli, concentrati o “diffusi”. Dal punto di vita dei migranti e dei residenti italiani dei dintorni.

A quanto emerge i problemi non mancano, ma le barricate e le tensioni sorgono regolarmente prima dell’arrivo dei profughi – esemplare il caso di Gorino, nel ferrarese o della ex caserma Montello a Milano – piuttosto che di fronte alla loro effettiva presenza. Molto, poi, dipende da come i centri sono collocati, organizzati, gestiti, da quali attività collettive prevedono, a partire dai corsi di lingua italiana.

Certo, di fronte a questi numeri molto ci sarà scappato. Potete segnalare casi problematici o esempi virtuosi -ben circostanziati – dalle vostra città all’indirizzo mail redazione@ilfattoquotidiano.it, specificando nell’oggetto “inchiesta profughi”.

Guarda le prime due puntate della nostra inchiesta:
1. Profughi, in 450 nell’ex Cie di Milano. Tensioni? “Magari non fanno niente, mai clienti si stressano” (di Anna Vullo)

2. “Migranti? No, convivono con noi”. Case in affitto e servizi gratuiti, in Calabria la convivenza “modello Drosi” (testo e video di Lucio Musolino)

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Niente baracche ma case in affitto e servizi gratuiti: in Calabria il “modello Drosi”

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