Se è vero com’è vero che non saremo delusi delle cose che abbiamo fatto ma di quelle che non abbiamo fatto, Nanni Delbecchi ha preso una buona parte di questo scontento per i piani irrealizzati e l’ha calciato via, rovesciata all’incrocio, goal. Perché il giornalista lucchese ha messo in pratica per davvero un’idea di tanti, se non di tutti: sei mesi per un giro del mondo. Se poi Delbecchi l’abbia fatto tutto, il giro, in realtà non è dato saperlo: quel che è certo è che Nanni e il suo amico Pietro si sono imbarcati in un’avventura picaresca, a bordo di una Renault 4 immatricolata nel 1989. E ci è scappato un lungo viaggio, raccontato in “Guida al giro del mondo“, romanzo appena uscito per Bompiani.

Un romanzo (nato da un blog) che, per dirla con le parole di Delbecchi, “guida contromano, dove in ogni pagina e in ogni personaggio qualcosa è vero, qualcosa non lo è più, incluse le immagini scattate durante il viaggio (le fotografie sono indizi che abbiamo vissuto, mai prove certe)”. Un diario di viaggio, quindi, che si fa racconto. Un percorso senza destinazioni segnate, perché “quando si ha una meta si rischia di sbagliarla e più ne si è convinti più il rischio diventa certezza”.

“A tutti gli uomini che sognano manca una rotella, ritrovare questa rotella non li farà diventare intelligenti: al contrario, non ritrovarla li proteggerà dalla perdita dalla pazzia luminosa di cui si sentono fieri”: nessuna pietra filosofale e nessun Santo Graal come malloppo del viaggio, dunque. Semmai la volontà di non finire nel calderone di “chi per tutta la vita preferisce non sapere cosa vuole davvero, e allora si inventa qualcos’altro, che ignora di non volere”.

Dalla Costa Azzurra si va verso il Portogallo e poi ci sono il Sudamerica, il Giappone, Saigon, Singapore. In ogni luogo persone da conoscere, in ogni persona conosciuta qualcosa da annotare sul taccuino, in ogni viuzza percorsa un’immagine da restituire nitida nelle parole del romanzo. La lieve brezza vietnamita, la pigrizia del sole portoghese, il “freddo vero” in Uruguay. Poi l’Aleph di Borges, Magellano di Zweig, Mon premier voyage di Cocteau, compagni di viaggio a modo loro.

Nanni Delbecchi è una storica firma del Fatto Quotidiano e soprattutto è uno che restituisce bellezza all’arte dello scrivere. Il racconto di Delbecchi scorre veloce come i mesi del suo viaggio. Mentre si legge Guida al giro del mondo val bene tenere a portata di mano una Moleskine (quella che accompagna anche il giornalista nel percorso perché “anche se ora sono quotati in borsa fanno sentire chi scrive l’erede di Bruce Chatwin”) per annotarci tutti gli aforismi che Delbecchi sfodera senza sforzo.

Un romanzo, questo, perfetto per i viaggi che si faranno a Natale, per davvero o seduti in poltrona. Perché basta iniziare a leggere per ritrovarsi giramondo zaino in spalla. Tanto è il potere evocativo di ogni pagina che in quei posti sembra d’esserci stati davvero: “Di colpo mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, quell’essenza non era dentro di me, io ero quell’essenza. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente mortale. Da dove era potuta giungermi una gioia così potente?”, scrive Proust. Si potrebbe dire che le pagine di Guida al giro del mondo siano evocative e salvifiche come le madeleine proustiane. E pensare che proprio una confezione di madeleine comprata in un distributore automatico vicino a Montpellier segna una delle prime delusioni di viaggio:

“Più che altro è per curiosità. Non le avevo mai assaggiate, e se devo essere sincero me le aspettavo più buone.”
“Fanno abbastanza schifo.”
“Eppure, a sentire Proust…”
“Che c’entra Proust, lui mica le prendeva dal distributore. E poi andrebbero inzuppate nel tè.”
“E poi è sbagliato mangiarle oggi.”
“Perché?”
Perché abbiamo appena cominciato il viaggio, è il primo giorno e non abbiamo nulla da ricordare.”
“Questo mi sembra l’unico vantaggio. Io vado a dormire.”

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