Com’è regolamentata nel nostro Paese la presenza di medici che esercitano in strutture pubbliche e prescrivono, oltre ai farmaci, anche i prodotti omeopatici? Si tratta di una possibilità consentita, o vietata?

W.R.: La pratica della medicina omeopatica non è vietata nelle strutture pubbliche e alcune regioni hanno addirittura deciso di integrare prestazioni di terapie complementari nel Sistema sanitario regionale, a fronte del pagamento del ticket. Tuttavia, la medicina omeopatica e tutte le medicine complementari non sono comprese nei livelli essenziali di assistenza e, secondo me, non possono esserlo, a meno che non siano sottoposte a valutazioni scientificamente rigorose. È importante riflettere su questo punto, che non riguarda la libertà di cura ma, a fronte di un welfare sempre più difficile da sostenere, concerne piuttosto la scelta di decidere quali sono le priorità. Se privilegiare, cioè, nell’erogazione delle terapie, ciò che è provato da evidenze scientifiche consolidate e cercare di offrirlo il più possibile a tutti, oppure il marketing e rischiare, soprattutto nei sistemi con maggiore sofferenza, di dovere aumentare il contributo dei cittadini anche per le cure essenziali.

S.B.: In tutta Italia, grazie all’accordo tra Stato e Regioni del febbraio 2013, sono stati stabiliti i criteri per la formazione professionale dei medici che praticano l’omeopatia. Con queste regole è possibile, per coloro che ne sono in possesso, iscriversi presso appositi registri attivati dai rispettivi Ordini dei medici. Questo consente al cittadino di poter sincerare che chi lo sta curando sia un medico abilitato all’esercizio della professione. Ovviamente, il decreto ha posto un grande freno all’abusivismo terapeutico, che in passato è stato responsabile anche di qualche raro caso di morte dovuto alla pratica di una professione medica da parte di ciarlatani. Ormai l’omeopatia è abbastanza diffusa in strutture pubbliche nazionali, dove esistono ambulatori per la cura di patologie gravi, come nel caso dell’oncologia integrata. Attenzione però: la parola “integrata” significa che l’omeopatia non è mai alternativa ai farmaci della medicina ortodossa. Piuttosto, è utilizzata per controllare gli effetti collaterali della chemioterapia e della radioterapia, dando così ai cittadini la possibilità di ridurre l’uso di farmaci chimici, e di migliorare la loro qualità di vita.

In Toscana, poiché le medicine complementari rientrano nell’ambito dei Livelli essenziali di assistenza regionali, è possibile esercitare questa medicina nelle strutture pubbliche. Non solo: il costo delle visite è stabilito con la corresponsione di un ticket sanitario, identico a quello dovuto per ogni altra prestazione di medicina ortodossa. Così come analoghi sono i casi di esenzione dal ticket (ad es. bambini fino a sei anni, oncologici o anziani con esclusione dal pagamento per reddito). Rimane, viceversa, a carico del cittadino l’acquisto dei medicinali omeopatici.

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Omeopatia, in Usa obbligatorie le etichette “non funziona”. Ricciardi (Iss): “Giusto, il welfare scelga le priorità”. Bernardini (Siomi): “Benefici se integrata”

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