In Belgio uccidono i bambini. Questa è la notizia per come già rimbalza in ogni luogo dove si sia o in malafede oppure troppo pigri per aver voglia di sapere, ragionare e capire. Si fa prima a gridare, invocando la Rupe tarpa, Auschwitz, o la litania del mondo che va a rotoli dove la vita non vale più nulla.

Lo sforzo da fare invece sarebbe quello di immaginare di entrare in una famiglia dove un minore è colpito da una malattia senza possibilità di guarigione, è sottoposto a una sofferenza insopportabile che non può essere lenita, e invoca di poter porre fine al proprio patimento. Al suo fianco, entrambi i genitori sostengono la scelta, così come i medici curanti.

Immaginiamo allora che in questa famiglia entri lo Stato, la legge, noi. In Italia, lo Stato, la legge noi, facciamo finta di non vedere, e ce ne andiamo. Tanta commiserazione e pietà, cure spesso insufficienti, e nessuna risposta. Il Belgio, invece, è il primo Paese al mondo a non girare la testa dall’altra parte, ad assumersi la responsabilità di rispondere, di accogliere la richiesta del minore, sostenuta dai suoi genitori e dai suoi medici. Le regole belghe forniscono le maggiori garanzie possibili per prevenire abusi e sopraffazioni del tipo di quelli che accadono nella clandestinità alla quale è abbandonata la famiglia italiana.

Infatti, anche non decidere è una decisione, che significa abbandonare quella persona minore e quella famiglia alla disperazione. Nel parlamento belga sono arrivati a questa legge dopo oltre un decennio di legalizzazione dell’eutanasia per gli adulti. Nel parlamento italiano, a trent’anni dalla prima proposta di Loris Fortuna, a dieci anni dal caso Welby e a tre anni dal deposito della nostra legge di iniziativa popolare, di legalizzazione dell’eutanasia non si è iniziato ancora nemmeno a discutere. Dicano pure che in Belgio uccidono i bambini. Poi ci dicano anche se da noi facciamo meglio.

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