La Verità usa la menopausa per parlare di declino italiano: è misoginia
La Verità ci ha recentemente deliziato con un titolo che pare il sermone di un frate trappista: “Siamo un paese condannato alla menopausa. L’analogia con la condizione biologica è la chiave per capire la perdita di fertilità e di slancio vitalistico, intanto crolla la libido. Tanto erotica quanto civile. Accalorati e assediati da sbalzi d’umore rassegnata stanchezza abbiamo smarrito la fiducia nel futuro”. È il preludio ad un editoriale brutale e misogino, firmato da Marcello Veneziani, che concentra sessismo, ageismo e patologizzazione del corpo femminile.
La menopausa raccontata come metafora di declino, perdita di valore e decadimento morale e sociale di un Paese, si inserisce pienamente nella visione patriarcale che valorizza le donne in virtù della loro capacità riproduttiva. In questa visione, le donne sono considerate corpi di servizio e le loro vite vengono stimate preziose solo finché sono giovani, procreative e funzionali alla continuazione della specie. Non manca un affondo contro l’aborto, una calamità per Veneziani, una liberazione per le donne che hanno potuto sottrarsi al controllo maschile sui loro corpi. “Sterilità, menopausa”: questi termini usati per parlare della denatalità – commenta Lea Melandri su Facebook – dicono molto più di tante analisi. Le donne sono state considerate essenzialmente come corpi – sessualità e maternità a servizio dell’uomo. È su questo destino “naturale” della donna che è avvenuto un salto della coscienza storica. Le donne non vogliono più essere un corpo al servizio di un uomo”.
Veneziani, invece, non si fa domande sulla maternità come libera scelta, né riesce a immaginare una sessualità femminile disgiunta dalla procreazione, e trasforma un naturale processo fisiologico in una maledizione e in un decadimento sociale declinato tutto al femminile. Anziché normalizzare una fase della vita che riguarda metà della popolazione mondiale, l’autore la impiega come sinonimo di rovina: senza la fertilità siamo “scadute”, “isteriche” o inutili.
È un discorso che tradisce, anche, una profonda ignoranza della fisiologia e della sessualità femminile: le vampate di calore o il calo del desiderio non riguardano indistintamente tutte le donne. Molte scoprono in questa fase una sessualità finalmente libera dal rischio di gravidanze indesiderate. La scomparsa del ciclo mestruale è un altro momento di passaggio per le donne che con i loro corpi, straordinari, attraversano più di una vita.
Se si vuole davvero comprendere cosa renda la società italiana ostile a quelle donne che desiderano diventare madri (molte non lo desiderano affatto) occorre guardare ai dati reali. Il tasso di occupazione femminile in Italia, secondo i dati Eurostat, si attesta appena intorno al 53-55%, contro una media europea che supera il 65%, collocando il Paese come “maglia nera in Europa”. Per molte aziende, la donna in età fertile viene ancora percepita come un “rischio” e la maternità come un costo improduttivo. Alla faccia della retorica sulla maternità.
Secondo i dati dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, oltre il 70% delle convalide di dimissioni volontarie nei primi anni di vita del bambino riguarda le donne. Non si tratta di una libera scelta ma di una espulsione dal mercato del lavoro causata dall’impossibilità di conciliare vita privata e professione. Contestualmente, l’Italia rimane drammaticamente indietro sugli standard europei per la copertura degli asili nido, con una rete di servizi insufficiente che traccia un grande solco tra Nord e Sud.
Le risorse del PNRR che erano destinate all’infanzia hanno subito ritardi e tagli, mentre le limitazioni a strumenti come Opzione Donna, abolita dal Governo Meloni, hanno penalizzato le lavoratrici ed eroso la rete famigliare facendo mancare il supporto delle nonne – che non vanno mai in pensione – nella cura dei nipoti. Una gravidanza si traduce così, troppo spesso, in una scelta gravosa perché mette a rischio l’autonomia economica delle donne, con tutti i rischi che ne derivano in caso di separazione.
Naturalmente, quando si parla di culle vuote o di qualunque problema investa la società, la colpevolizzazione ricade sulle donne. È un artificio patriarcale che dura dai tempi di Eva. È un po’ come dare la colpa agli anarchici. In caso di natalità, non si parla mai delle responsabilità o della salute maschile. Chissà perché Veneziani non cita i dati della comunità scientifica internazionale: negli ultimi 40 anni, nei Paesi occidentali la concentrazione media di spermatozoi nella popolazione maschile, si è dimezzata (-50%) a causa di inquinamento sistemico, pesticidi, interferenti endocrini e stili di vita insostenibili. Per non parlare dell’andropausa, con i suoi sbalzi d’umore, l’irritabilità, la perdita di memoria e il calo della libido. Ma la metafora su un “Paese impotente” brucerebbe più delle vampate di calore, ai cultori del virilismo e ai seguaci di Vannacci, Veneziani compreso, che rimpiange la perduta “assiduità sessuale, un tempo vanto del maschio latino”.
Siamo 8 miliardi su un pianeta surriscaldato e inquinato, se vogliamo prenderci cura del futuro dobbiamo smettere di accettare tagli alla spesa sociale, pretendere contratti stabili, salari dignitosi, asili nido gratuiti, politiche ambientali e parità reale, e sollevare le donne dal peso del lavoro famigliare. Si deve parlare di cura e quindi di vita.
Ma si parla di guerra e quindi di morte. Il governo Meloni sta per investire altri 19 miliardi in armi. Chi può desiderare di mettere al mondo un figlio che potrebbe non avere un futuro? La vera minaccia non è il declino della società italiana ma la follia bellicistica e fallica di una classe dirigente che ci sta avvicinando al disastro. Sai che vampata di calore, caro Veneziani, se sganciano l’atomica?