“Oggi gli aderenti al movimento Hizmet in Turchia stanno vivendo la stessa cosa che gli ebrei hanno vissuto dopo il 1933 in Germania”. Cenap Aydin, sociologo originario di Istanbul, è uno dei cofondatori dell’Istituto Tevere, che a Roma promuove da diversi anni il dialogo tra le religioni. E che si ispira agli insegnamenti di Fetullah Gulen, l’imam auto-esiliato da 17 anni negli Stati Uniti, considerato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan nemico numero uno e mente del fallito golpe del 15 luglio. “Noi siamo certamente contro qualsiasi golpe, perché il colpo di Stato porta sempre a situazioni peggiori rispetto a quelle preesistenti”, assicura Haydin. Per lui tuttavia non c’è alcuna sorpresa nell’atteggiamento del ‘sultano’ di Ankara: “È da almeno tre anni, ben prima del golpe, che Erdogan sta combattendo il movimento Hizmet ovunque”, racconta Aydin. E anche con i pochi turchi che stanno a Roma, il clima nei confronti dello studioso e dei ‘seguaci’ di Gulen è cambiato: “Già prima avevo pochi rapporti con i miei connazionali, ma da tre anni a questa parte non ne ho proprio più alcuno”.

I “gulenisti”, tra i 20mila emigrati turchi in Italia, sono una esigua minoranza, ma molto organizzata e attiva: associazioni che si richiamano al movimento Hizmet (che significa servizio) sono a Milano, Roma, Torino, Venezia, Imperia. Il 15 luglio, nella notte del putsch di Ankara, un fatto inquietante ha colpito uno dei centri: a Modena quattro sconosciuti hanno appiccato il fuoco alla sede dell’associazione Milad di via delle Suore. La presenza di una persona all’interno dell’edificio ha consentito di dare l’allarme e i danni sono stati limitati. E poi, nelle ore successive al golpe, gli attivisti modenesi hanno raccontato di telefonate anonime per impaurirli: “Aspettiamo notizie dalle indagini della polizia”, racconta Bahar Turk, giovane coordinatrice dei progetti della associazione. Con poche decine di iscritti (su un totale di 3mila turchi in tutta la provincia), anche il gruppo Milad si è fatto tuttavia conoscere in Emilia per la sua attività di dialogo, tipica del programma di Hizmet. Una impostazione tra le più liberali del mondo musulmano.

“Cerchiamo di vivere un islam ‘anatolico’, con un messaggio pacifico e di altruismo”, spiega Bahar. “Creiamo i ponti con diversi popoli senza guardare le diversità di etnia o di religione. Facciamo attività culturali e scolastiche con scuole italiane e il doposcuola per i ragazzi turchi”. Bahar è arrivata in Italia sei anni e mezzo fa e oggi vive assieme al figlio e al marito. “Saremmo dovuti andare nel nostro Paese ad agosto per le ferie, ma non credo che ci andremo. L’aria che tira oggi è problematica, sia per noi del movimento, sia per le altre minoranze”.

Anche l’associazione di cui fa parte Aydin è molto nota nella Capitale. “L’Istituto Tevere è ispirato anche alle idee di Gulen – chiarisce il sociologo – ma non ha un legame né finanziario, né organizzativo con lui”. L’impostazione è interreligiosa e interculturale, spiega Aydin, che dopo gli studi a Istanbul ha studiato anche alla Pontificia Università Gregoriana di Roma: “L’idea è quella di condividere la visione di dialogo di Giovanni XXIII, che, guarda caso, prima di diventare papa aveva vissuto per 10 anni a Istanbul. Tuttavia per la parte musulmana siamo molto ispirati alle idee di Gulen e di Hizmet: educazione e convivenza pacifica nel dialogo. Al contrario, il partito di Erdogan è islamista: vorrebbe trasformare tutta la società secondo i principi di un islam politico”.

Aydin è preoccupato per quello che succede nel suo Paese e per i tanti attivisti legati a Gulen in giro per il mondo. Negli ultimi giorni è stato in Germania dove c’è una enorme comunità turca: “Anche lì molte associazioni sono state attaccate: vetrine rotte, persone anziane aggredite. E solo perché il loro nipote frequentava le scuole di Hizmet”.

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