Con Trump e Putin tornano gli imperi: le medie potenze sapranno resistere?
L’ordine internazionale fondato sul diritto multilaterale e sulla reciprocità economica è stato spazzato via. Al suo posto è tornata, senza infingimenti diplomatici, la logica brutale del dominio imperiale: a est la guerra di logoramento e distruzione condotta da Vladimir Putin contro l’Ucraina; a ovest la coercizione mercantilista di un’amministrazione americana che tratta gli alleati storici come pedine sacrificabili in una spartizione globale delle zone di influenza.
La recente missione a Mosca del direttore della CIA John Ratcliffe illustra con crudezza questa realtà. Non si è trattato di un’iniziativa diplomatica ispirata alla legalità internazionale o alla sicurezza collettiva, ma di un avvertimento perentorio: la Russia si sta consumando a una velocità tale da rischiare la destabilizzazione interna, ed è nell’interesse del Cremlino negoziare una via d’uscita prima che il collasso precluda un riassetto generale tra le superpotenze. Washington e Mosca condividono la stessa concezione transazionale del mondo: una grammatica cinica in cui i giganti trattano e le nazioni intermedie subiscono.
In questa spartizione neo-imperiale emergono tre teatri di fiera resistenza, in cui medie potenze e nazioni sovrane rifiutano di farsi assimilare: l’Ucraina, il Canada e l’Iran.
Ciascuno affronta l’arroganza dell’impero su un piano diverso. L’Iran si ritrova collocato all’interno del perimetro geopolitico che gli accordi informali tra le superpotenze assegnano all’egemonia di Washington: in questo quadro diviene ozioso interrogarsi sui fini tattici dell’azione bellicosa di Donald Trump, il cui vero scopo è puramente assertivo, volto a ribadire la signoria sul territorio e a imporre l’obbedienza dei soggetti regionali. Tuttavia, la capacità di Teheran di colpire le infrastrutture strategiche del Golfo ha rivelato la vulnerabilità del dispositivo egemonico, costringendo persino i vicini arabi a riconsiderare i propri equilibri.
A ovest, la morsa imperiale assume la forma della sopraffazione economica e dell’intrusione politica contro il Canada. L’offensiva dell’amministrazione Trump — dazi punitivi su acciaio e componentistica auto, pretese assurde sull’abolizione del bilinguismo istituzionale, minacce di rimettere in discussione i confini e aperto sostegno ai separatisti dell’Alberta — ha inferto uno shock profondo a Ottawa. L’idea che il garante continentale potesse degradare il Canada a ‘cinquantunesimo Stato’ da annettere ha cementato un’inedita indignazione popolare: oltre il 75% dei cittadini canadesi sostiene la linea di fermezza di Mark Carney, accettando i contraccolpi economici pur di difendere la sovranità nazionale. Carney ha smascherato il disegno: “Stanno cercando di spezzarci per possederci”.
Lo scorso gennaio, in una riunione segreta aveva avvertito i leader europei: l’interdipendenza asimmetrica è divenuta un’arma di ricatto; l’unica salvezza per le medie potenze democratiche è tessere alleanze trasversali per non essere piegate una alla volta. Da quel vertice è scattata una corsa a liberarsi dai vincoli tecnologici d’oltreoceano: se i canadesi reagiscono apertamente disdicendo in massa servizi digitali come Netflix e Amazon Prime, gli europei sottotraccia stanno migrando a tappe forzate verso cloud e software sovrani. È la presa d’atto che la trasformazione di Washington è irreversibile; e in ogni caso: “la sicurezza europea non può più dipendere da quarantamila elettori del Wisconsin” (Macron).
A est, la resistenza armata dell’Ucraina non soltanto blocca l’avanzata russa verso ovest, ma – assieme alle sanzioni occidentali – sta provocando crepe devastanti all’interno della Federazione Russa. Le riserve liquide del Fondo nazionale di ricchezza sono crollate dal 6,5% all’1,8% del PIL, mentre il disavanzo federale viaggia intorno al 5% del PIL: un livello insostenibile per chi non ha accesso ai mercati finanziari internazionali. L’aumento dell’IVA al 22%, gli alti tassi d’interesse a difesa del rublo, la carenza di personale causata dalla leva militare e dalla fuga dei giovani all’estero, tutto contribuisce a soffocare l’economia privata. Le élite avvertono il pericolo: dall’inizio di giugno oltre 17 miliardi di dollari sono stati ritirati dai conti bancari. Il colpo di grazia arriva dai droni ucraini, che paralizzano le raffinerie e riducono la produzione di carburanti al 70% del fabbisogno.
Le conseguenze sulla società russa sono esplosive. Nelle campagne, dove vive un terzo della popolazione, il grano maturo marcisce nei campi per mancanza di gasolio agricolo, spingendo gli agricoltori — tradizionale bacino del regime — a denunciare che “ci sono soldi per le bombe, ma non per il pane”. Alla Duma, deputati come Nina Ostanina avvertono apertamente che la crisi alimentare e dei carburanti rischia di innescare una catastrofe paragonabile al 1917, mentre persino falchi militari come il generale Leonid Ivašov e l’ex comandante Vladimir Čirkin definiscono la campagna ucraina una “disfatta strategica” fondata sull’inganno e sul fallimento dell’intelligence.
La perdita di consenso al Cremlino ha ormai superato la barriera della paura. Il 10 agosto 2026, la decisione della Corte Suprema di escludere dalle elezioni della Duma il partito liberale e pacifista Yabloko — cancellando l’ultimo canale legale di dissenso — ha spinto in piazza a Mosca centinaia di giovani al grido di ‘Vergogna!’, con le forze di sicurezza che minacciavano invano di trascinarli direttamente ai centri di reclutamento. Il modello dei soldati a contratto è esausto, le retate forzate e le notifiche elettroniche di leva esasperano la popolazione, mentre il sindaco di Mosca si oppone apertamente alla mobilitazione totale per timore di una rivolta civile.
Dalla trincea ucraina ai porti del Golfo fino alle dogane canadesi, la lezione è univoca: gli imperi a somma zero prosperano solo se riescono a dividere e intimidire i singoli Stati. Se le nazioni intermedie sapranno trasformare la propria vulnerabilità in cooperazione e fermezza materiale, l’arbitrio della forza troverà un confine invalicabile. La libertà non è una concessione imperiale, ma un patto che sopravvive solo finché si è disposti a difenderlo con determinazione.