“Siamo andati via dall’Italia perché qui si faceva la fame, c’era la fame”. Così all’interno del club della chiesa cattolica londinese di Brixton Road, i vecchi italiani raccontano l’emigrazione prima dell’avvento dell’Europa unita. Una storia meno clamorosa della retorica della fuga dei cervelli. Al mercoledì per i più anziani c’è un rito consolidato: la messa, il pranzo e le partite a carte. Come in un bar qualsiasi in un angolo qualsiasi della provincia italiana. Solo che al di là della porta si apre l’immensità di Londra.

Loro sono gli emigranti italiani che negli anni ’50 e ’60 hanno scelto di cercare fortuna nel Regno Unito. “Ci voleva un permesso di lavoro di quattro anni, per poter entrare e rimanere – raccontano -. Per quattro anni bisognava riferire alla polizia qualsiasi cambiamento”. Quattro anni di sacrifici, in cui non si poteva cambiare lavoro, in cui qualunque prospettiva veniva appiattita, ma poi quasi tutti gli italiani arrivati 50 e 60 anni fa come manovali o camerieri sono rimasti. Hanno messo su famiglia, acquistato casa e cambiato mestiere. Fino alla pensione. “L’Italia è il luogo del cuore, ma ci torniamo ormai solo per le vacanze”. Dai loro racconti traspare tutta la fatica dell’emigrante, fatta di angherie e umiliazioni. “Oggi le cose sono cambiate, ma una volta ci trattavano male – racconta uno di loro -. Sai come mi chiamavano? Mussolini. Mi facevano un dispetto che li avrei ammazzati“. E, ancora: “Sono arrivato per fare il cuoco, mi hanno messo a fare il lavapiatti, mi sono adeguato, la paga era poca ma ora sto bene, ho la mia pensione, la mia casa…”

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