La Brexit può avere un impatto negativo fino allo 0,5% del Pil della zona euro. Il presidente della Bce Mario Draghi, secondo quanto riporta l’agenzia Bloomberg, citando un documento ottenuto al vertice Ue, ha previsto una riduzione della crescita del Pil nei prossimi tre anni. E ancora, l’uscita del Regno Unito dall’Ue, secondo il governatore, può innescare una corsa ad abbassare il valore delle monete in tutto il mondo. “Temiamo le reazioni – sostiene Draghi – dei Paesi che provino a correggere ciò che loro vedono come un tasso di cambio errato, cosa che potrebbe innescare svalutazioni competitive e incrementare i premi di rischio e le turbolenze“.

Il governatore, poi, è intervenuto al Consiglio europeo sul tema della Brexit, dove ai leader europei ha detto che “l’Unione europea dovrebbe adattarsi di più ai bisogni espressi dai cittadini“. E i problemi non vengono solo dal cuore del continente, ma anche dall’esterno, dove “si potrebbe avere la percezione che la Ue è ingovernabile, per questo è fondamentale l’impegno degli Stati a lavorare insieme”. Draghi ha anche spiegato che “le vulnerabilità del settore bancario dovrebbero essere affrontate” e la Bce “farà tutto quanto è in suo potere per assicurare la stabilità dei prezzi“, aggiungendo che “per governare questa fase difficile servirebbe orientare la politica fiscale verso gli investimenti“.

Il 27 giugno, il presidente Bce si era limitato a esprimere tristezza per la scelta della Gran Bretagna. Il giorno dopo, nel suo intervento al forum delle banche centrali in corso a Sintra, in Portogallo, pur senza affrontare direttamente il tema della Brexit, Draghi ha sottolineato la necessità di un allineamento delle politiche monetarie: questo perché iniziative divergenti tra le banche centrali possono “creare incertezza riguardo alle intenzioni future in termini di politiche, che portano quindi a una maggiore volatilità del tasso di cambio e a maggiori premi per il rischio”. E ancora una volta, il governatore Bce ha insistito sul pericolo insito nelle svalutazioni competitive, che “comportano perdite per tutti nell’economia globale, dal momento che portano solo a una maggiore volatilità del mercato, alla quale le altre banche centrali sono poi costrette a reagire per difendere i loro mandati domestici”.

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