Il neoeletto presidente delle Filippine Rodrigo Duterte vuole permettere alle forze dell’ordine di sparare a vista ai sospetti. Intende anche ripristinare la pena di morte. Con una preferenza per quella tramite impiccagione, che ritiene “meno crudele della fucilazione e della sedia elettrica”. Dalla guida, per 22 anni, della popolosa città meridionale di Davao domenica scorsa Duterte è passato a quella dell’intero Paese. Promettendo di far ricorso, anche a livello nazionale, agli stessi metodi che, nella città che ha amministrato a lungo, gli hanno valso la fama di “punisher”, di castigatore: una lotta feroce alla criminalità  e al traffico di droga attraverso squadroni di vigilantes e di polizie speciali. Squadroni della morte che sotto il suo governo della città hanno ucciso oltre 1000 persone sospette.

La polizia di tutto il Paese potrà dunque sparare per uccidere, a vista e indiscriminatamente, esponenti del crimine organizzato e i sospetti che resistano all’arresto.  Più volte contestato, in passato, da Amnesty International e dalla Commissione dei diritti umani delle Filippine, il “Donald Trump dell’Asia” – come è stato soprannominato dal Time per i toni incendiari della sua campagna elettorale – nel 2015 aveva scioccato il mondo con la sua proposta di abbandonare in mezzo all’oceano i criminali: “Metterli su una barca, magari in cinque, e abbandonarli nel mezzo del Pacifico, così almeno dovranno pescare per guadagnarsi il cibo”, aveva detto.

Settantuno anni, vincitore – con quasi il 40% dei voti – delle elezioni del 9 maggio ma non ancora ufficialmente proclamato presidente (il giuramento è in programma per il 30 giugno), in campagna elettorale Duterte si era impegnato a sradicare la criminalità nel giro di sei mesi. Noto gaffeur e dichiaratamente “sciupafemmine” proprio come Trump, Duterte non ha fatto mistero di voler riscrivere la Costituzione nel senso di attribuire più poteri al governo rispetto al Parlamento.

 

 

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