Legge e ordine mescolate con a una certa avversione per il centro, inteso come potere centrale contrapposto alla periferia. L’aura dell’outsider nonostante la lunga carriera politica nelle istituzioni locali , una spruzzata di machismo e sparate da uomo forte. Gli elementi del populismo globale si ripresentano nelle Filippine, che hanno eletto presidente il 71enne Rodrigo Duterte, già sindaco di Davao, meglio conosciuto come il “Giustiziere” per i metodi spicci con cui ha affrontato la criminalità nella prima città dell’isola di Mindanao.

Neppure le critiche al Papa in un Paese per l’80% cattolico gli hanno impedito la vittoria, ottenuta con il 39% delle preferenze. I due principali sfidanti, Manuel Roxas e Grace Poe, hanno ammesso la sconfitta, che si sarebbe potuta evitare seguendo il consiglio del presidente uscente Benigno Aquino III di unire le forze.

La stampa internazionale lo ha accostato a Donald Trump. Il personaggio ricorda a tratti Narendra Modi. Come il premier indiano che ha costruito la sua vittoria sui successi economici dello stato del Gujarat, anche Duterte è intenzionato a esportare il modello Davao in tutto l’arcipelago.

I punti cardine del programma sono la lotta alla criminalità e alla corruzione. Tuttavia la sua filosofia legge e ordine collide spesso con lo stato di diritto. I metodi con cui ha affrontato bande e spaccio nella città di cui è stato sindaco dal 1988 hanno attirato le critiche delle associazioni per la tutela dei diritti umani. Human Rights Watch ha denunciato le azioni in città di squadroni della morte responsabili di migliaia di omicidi extragiudiziali. Il Giustiziere stesso, in campagna elettorale, non ha lesinato in dichiarazioni truculente, esortando ad aprire gli obitori: sarebbe infatti stato lui a portare i cadaveri dei criminali.

La sua scalata non è stata ostacolata dalle dichiarazioni sessiste, come quando nel commentare lo stupro di una missionaria australiana quasi lo giustificò dicendo che la ragazza era molto bella. E i filippini non hanno esitato neppure davanti alla boutade sulla chiusura del Parlamento e l’instaurazione di un governo d’emergenza nel caso non riuscisse a portare avanti il suo programma.

Per arginarlo il presidente Aquino aveva provato a far leva sullo spettro del ritorno della dittatura. Il persistere delle ineguaglianze ha pesato più dei fantasmi del passato, che comunque si sono ripresentati con il buon risultato ottenuto da Bongbong Marcos, figlio del dittatore Ferdinand deposto nel 1986, al momento staccato di poche centinaia di migliaia di voti dalla liberale Leni Robredo nella corsa alla vicepresidenza.

Quello per Duterte è stato un voto contro la Imperial Manila e contro le dinastie politiche filippine, espresso da una fetta di popolazione che non gode a pieno dei benefici di una crescita economica che nel 2015 è stata del 5,8% e nel 2016 si prevede al 6%, i cui effetti però non vanno molto oltre la capitale.

La portavoce di Duterte ha già annunciato che il presidente cercherà il sostegno del Congresso per riformare la Costituzione e decentralizzare il potere, puntando sul modello federale. Una visione che mal si sposa, ad esempio, con le convinzioni dei militari.

Sul piano internazionale, dopo aver aperto a colloqui bilaterali con la Cina per risolvere la questione delle isole contese nel Mar cinese meridionale, riservandosi di andare lui stesso a piantare una bandiera filippina in caso di muro contro muro, Duterte ha in parte ritrattato, tornando sulla linea del multilateralismo. L’idea è coinvolgere anche Giappone, Usa e Australia, paesi con i quali in campagna elettorale non ha evitato di ingaggiare polemiche.

La capacità di adeguarsi non gli fa difetto. A Davao è noto per i buoni rapporti con i ribelli comunisti, il che fa sperare anche per un eventuale pace con i movimenti islamici e separatisti. Anche dalla diatriba con il Papa, la cui visita un anno fa fu incolpata di aver congestionato il traffico di Manila (ancora lotta contro il degrado), ne uscì con una lettera di scuse, cui seguì una risposta dal Vaticano.

di Andrea Pira