Federico Pizzarotti si sta rivelando il cavallo di Troia del Movimento Cinque Stelle. Solo da dentro infatti, ma dentro dentro, come può essere dentro colui a cui è toccato il compito d’inaugurare la stagione di governo del Movimento, poteva arrivare una voce dissonante dall’apparato strutturale talmente forte da scuoterne le fondamenta. Pizzarotti e Nogarin: due avvisi di garanzia: è la stessa cosa, dicono molti. No, non è la stessa cosa.

I figli del Movimento, fresco di nascita del resto, sono ancora fermi a prima dell’età dello sviluppo. Possono sperimentare, giocare, crescere ma tutto sotto la supervisione di un padre (non faccio riferimento ad una persona quanto piuttosto ad un paradigma, un archetipo) che li sorvegli con la coda dell’occhio. Possono spingersi fin dove lo sguardo paterno li abbraccia, non oltre.

I figli del Movimento Cinque Stelle non conoscono, o meglio non è ancora dato loro conoscere, l’adolescenza, intesa come fase di transizione che dall’infanzia conduce all’età adulta. La componente sovversiva endemica all’età adolescenziale porta a voler sperimentare in prima persona ed eventualmente a mettere in discussione quei principi genitoriali fino ad allora dati per inconfutabili. L’esperienza – politica in questo caso – vissuta sulla propria pelle, la volontà di cercare autonomamente l’uscita dal labirinto amministrativo diventa così l’opportunità di dare inizio alla costruzione di un’identità politica autonoma, fondata sulle radici archetipiche del Movimento ma declinata soggettivamente, in altre parole metabolizzata.

Ed ecco che un avviso di garanzia (va da sé che parliamo di avvisi di garanzia la cui natura non abbia nulla d’infamante o non sia riconducibile a lucro o interessi personali) può trasformarsi in un rito iniziatico: il figlio pentastellato si trova davanti una prova da affrontare e, sentendosi ormai abbastanza grande da poterla fronteggiare da solo, decide di cimentarvisi autonomamente.

Questo passaggio transizionale ha caratterizzato tanto la decisione di Nogarin a Livorno che ha compiuto una scelta politica – starà poi alla magistratura stabilire se abbia infranto la legge o meno – relativamente alla gestione dell’Aamps quanto quella di Federico Pizzarotti, che insoddisfatto dei candidati presentatisi mediante il bando esplorativo, ha ritenuto di nominare autonomamente ai vertici del Teatro Regio due professionalità da lui giudicate più adatte. Entrambi i sindaci hanno ritenuto di avere la maturità politica per valutare cosa fosse giusto fare, assumendosene le responsabilità, senza il bisogno d’interpellare figure genitoriali di sorta.

Quando i nodi sono venuti al pettine ed è giunto il momento di affrontare le conseguenze delle scelte fatte e la relativa ira paterna, però, i comportamenti sono stati diversi. Se Nogarin ha immediatamente cercato il perdono del padre, in qualche modo pentendosi per un esagerato sussulto di autonomia, Pizzarotti ha tenuto il punto rivendicando il suo nuovo corpo di giovane uomo che non può più dormire nel letto dei bambini. Ed è questo che non gli è stato perdonato: la testardaggine nel rivendicare i propri comportamenti e la propria individualità dinanzi all’occhio incredulo dell’adulto.

Così quello che nasce per essere un percorso di crescita viene tacciato di ubris e il tracotante viene allontanato. E pensare che il più grande successo di un genitore è riuscire a far sì che un figlio possa camminare sereno sulle proprie gambe. Ed è questo il tallone, che sia d’Achille o di Grillo, con il quale il Movimento non può non fare i conti; perché il paradosso vuole che impedendo di crescere ai singoli elementi che lo compongono impedisce automaticamente il suo stesso sviluppo.

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