Staffetta anti intercettazioni. Mercoledì il ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd) con i paletti prospettati alla Camera sul loro utilizzo, ieri il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini (Pd) che ha enunciato la solita teoria della violazione della privacy di soggetti indifesi per sostenere che ci vogliono nuove regole. “Le frequenti indebite divulgazioni di conversazioni estranee ai temi d’indagine e relative alla vita privata di cittadini spesso neanche indagati, rischiano di compromettere il prestigio e l’immagine” di magistrati e polizia giudiziaria. Legnini ha illustrato questo scenario abnorme (trovare su un giornale un’intercettazione socialmente irrilevante è impresa ardua) a margine dell’incontro con i procuratori generali in Cassazione. Racconta che “su impulso del comitato di presidenza” la settima commissione, competente per l’organizzazione degli uffici giudiziari, deve redigere delle linee guida anche sulla base delle acquisite circolari adottate dalle procure di Roma, Torino e Napoli (che mettono in bella pagina quanto stabilito già dal codice).

Ieri la quinta commissione del Csm ha votato sul procuratore di Milano. Addirittura tre le proposte al plenum. Il procuratore aggiunto milanese Francesco Greco, che ha avuto i 3 voti di Area, la sinistra delle toghe e della laica di Sel Balducci, il capo di Gabinetto di Orlando, Giovanni Melillo, votato dalla laica di Forza Italia Casellati e il procuratore aggiunto di Milano, Alberto Nobili, votato dal togato di Mi ( corrente di destra) Galoppi. Spicca l’astensione del togato di Unicost Forciniti. Segno che la corrente centrista è spaccata e che i giochi non sono ancora fatti. Lo dice apertamente la Casellati, relatrice della pratica: “Di fronte a tre candidature di un certo livello ci confronteremo e vedremo se è possibile”, prima del voto, fra tre settimane, “arrivare a una candidatura unitaria”. Ma su questi nomi sono già settimane che si scontrano.

Dal Fatto Quotidiano del 15 aprile 2016

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