Il governo ha imperniato il Documento di economia e finanza varato venerdì su una previsione di crescita del pil che corrisponde all’estremo più alto della forchetta. Di conseguenza, “sorprese negative” non possono assolutamente essere escluse. E con esse il rischio di deragliamento dal percorso di riduzione del rapporto debito/pil prefigurato nel Def. A metterlo nero su bianco è l’Ufficio parlamentare di bilancio, incaricato di vigilare in modo indipendente sui conti pubblici e valutare l’impatto macroeconomico dei provvedimenti.

“L’eventuale emergere di sorprese negative sul fronte della crescita reale e dell’inflazione metterebbe a rischio la dinamica del Pil nominale e, con essa, il percorso di abbassamento del rapporto debito/Pil”, scrivono i tecnici dell’ufficio presieduto da Giuseppe Pisauro nella nota di validazione delle stime macro tendenziali, motivando il rischio con il fatto che lo scenario tendenziale delineato dal governo nel Def “si colloca in corrispondenza del limite più alto dell’intervallo di stime del panel Upb”. “Queste osservazioni – si legge nella lettera di validazione dell’Upb – sono il risultato di valutazioni che prendono come riferimento l’estremo superiore del range di previsioni del panel Upb. Rispetto ad un valore centrale dell’intervallo delle previsioni, gli scostamenti tendono ad amplificarsi in misura anche sensibile, sottolineando ancor più l’elemento di rischio che è insito nello scenario di previsione tendenziale”.

Ad esempio, “per la dinamica del Pil nominale (1,2% nel triennio) lo scarto della previsione Mef rispetto al valore mediano del panel dei previsori Upb si situa a tre decimi di punto nel 2016, a cinque decimi di punto nel 2017 e 2018, a tre decimi di punto nel 2019″. L’Upb sottolinea poi anche le “incertezze” legate allo scenario internazionale e in particolare all’andamento del prezzo del petrolio e del tasso di cambio dell’euro. Se per il petrolio le stime (verso i 50 dollari al barile) sono all’interno del range, “un ulteriore elemento di rischio” è invece costituito “dalla possibilità di un’evoluzione dell’euro meno favorevole di quella ipotizzata nello scenario Mef (invarianza del cambio), con effetti di minore sostegno alla crescita e di più debole spinta all’inflazione rispetto a quanto supposto in tale quadro”.

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