Unione europea e Cina sono letteralmente ai ferri corti. Il problema che le divide è infatti quello dell’acciaio a basso prezzo che, in arrivo dall’ex Celeste Impero, invade il mercato europeo. Così alcune migliaia di operai metalmeccanici stanno protestando a Bruxelles, insieme agli imprenditori, per chiedere alla Commissione europea il varo di misure antidumping. In pratica dazi per proteggere il mercato dalle vendite sottocosto. Non solo: vogliono che l’esecutivo Ue dica no alla concessione alla Repubblica popolare dello status di “economia di mercato”, prevista dopo quindici anni di presenza all’interno dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) di cui Pechino fa parte dal 2001.

La Cina, da parte sua, aveva già risposto nel weekend pubblicando un comunicato ufficiale sul sito del ministero del Commercio, nel quale si augura che la Commissione rispetti rigorosamente le regole del Wto. Pechino invita Bruxelles a mostrare prudenza e moderazione e a utilizzare strumenti di difesa commerciale “conformi alla legge”. Il ministero aggiunge anche che l’eccesso di capacità nel settore siderurgico è un problema globale che deve essere risolto attraverso il dialogo, concludendo che il governo cinese è disposto a tenere dei colloqui bilaterali sull’argomento con tutti i Paesi membri del Wto. Insomma, pur mantenendo toni sfumati Pechino non ci sta a fare la parte del villano che viola le regole.

Il comunicato cinese non ha aspettato la manifestazione dei siderurgici europei. È arrivato a seguito dei tre dossier aperti contro produttori cinesi da parte dell’Unione nei giorni scorsi. Bruxelles aveva anche imposto tariffe su due tipi di acciaio importato dall’ex Celeste Impero e la sua linea apparentemente dura nasce da una lettera spedita alla Commissione da sette Paesi Ue produttori d’acciaio – Germania, Italia, Regno Unito, Francia, Polonia, Belgio e Lussemburgo – che a inizio mese chiedeva di intensificare le misure protezionistiche. Sulle importazioni d’acciaio l’Unione ne ha oggi in vigore 37 e 16 riguardano specificamente la Cina. Il problema, si sa, è quello dei sussidi: i produttori europei sostengono che la Cina foraggi le proprie imprese siderurgiche e faccia di conseguenza dumping sui prezzi. Di qui la richiesta che le venga negato quello status di “economia di mercato” chese concesso, impedirebbe alla Ue di usare contro i prodotti cinesi tariffe doganali.

Come stanno le cose in realtà? Ogni Paese membro del Wto deve consegnare annualmente all’organizzazione un resoconto che spieghi le proprie politiche sui sussidi. Serve a renderle trasparenti di modo che gli altri Paesi possano valutarne l’impatto sulla propria economia e agire di conseguenza. Pechino ha consegnato solo nel 2015 il suo primo rapporto che però è giudicato lacunoso, soprattutto per due motivi. Per prima cosa, secondo i Paesi Ue, cita solo i sussidi concessi dal governo centrale ma non da quelli locali e, come si sa, è invece soprattutto a quel livello che i funzionari maneggiano denaro con criteri politici, come quello di sussidiare un’acciaieria inefficiente che però garantisce posti di lavoro. In più il rapporto non darebbe conto di molti sussidi mascherati, come il “fondo speciale per l’alleviamento della povertà”.

È quindi opinione corrente che la Cina tenga in piedi artificialmente le proprie “imprese zombie”, cioè le grandi industrie dell’acciaio (e del cemento) che senza l’aiutino statale non potrebbero vivere. Così una parte d’Europa chiede che a Pechino sia negato il cosiddetto Market economy status. Su questo punto, a causa probabilmente di una lacuna normativa, esistono due scuole di pensiero: i cinesi ritengono che dopo quindici anni di presenza nel Wto l’ammissione scatti automaticamente. Europei e nordamericani pensano invece di avere l’ultima parola e che si tratti di fatto di una concessione/cooptazione. A sua volta, l’Europa si divide tra i Paesi che a oggi sono fondamentalmente contrari a concedere lo status di economia di mercato alla Cina e quelli che sono favorevoli. Schematicamente, al primo gruppo appartengono le economie del Sud Europa con l’Italia capofila, al secondo britannici e scandinavi.

I burocrati europei sembrerebbero orientati verso una soluzione di compromesso: concedere lo status alla Cina ma riservarsi alcuni margini in termini di difesa commerciale. Non è ancora ben chiaro come. La manifestazione dei siderurgici a Bruxelles vuole invece far cambiare idea alla Commissione ed è stata preparata da ricerche che paventano scenari apocalittici: uno studio di Aegis Europe, un gruppo di circa trenta industrie europee, parla di 1,7-3,5 milioni di posti di lavoro a rischio nell’intera Ue qualora la Cina diventasse a tutti gli effetti economia di mercato.

Il problema resta però strutturale e dipende da un eccesso di offerta globale, anche se ha nella Cina l’esempio più eclatante. Si producono troppo acciaio e cemento e lo si produce tra l’altro inquinando, perché le industrie siderurgiche sono tra le più energivore. Anche il governo cinese se ne è accorto da tempo e ha dichiarato guerra alle sue “imprese zombie” che tra l’altro gravano sul debito, ma nel frattempo continua a esportare acciaio sussidiato perché non può permettersi di licenziare milioni di lavoratori. Quindi, nonostante tutti sappiano che l’era dell’acciaio è abbondantemente finita, sia in Cina sia in Occidente si continua a procedere lungo una strada che rischia di sfociare in una guerra commerciale di cui saranno i lavoratori a pagare il prezzo maggiore.

di Gabriele Battaglia 

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