Trasformarsi in spa o morire, tertium non datur. Di fronte a questo secco aut aut, gli oltre 6mila soci di Veneto Banca intervenuti all’assemblea di Volpago sul Montello hanno dovuto mandar giù la rabbia e la delusione per le perdite subite votando sì quasi all’unanimità sui tre punti all’ordine del giorno: trasformazione in spa, aumento di capitale da 1 miliardo di euro e quotazione in Borsa.

Si è consumata così, senza sorprese, l’ultima assemblea della banca popolare di Montebelluna messa in ginocchio dalla passata gestione di Vincenzo Consoli e costretta oggi a un difficile percorso di risanamento sotto l’occhio inflessibile degli ispettori della Bce. In una missiva inviata alla banca e letta all’assemblea per esplicita richiesta di Francoforte, la vigilanza sottolineava l’indispensabilità dell’approvazione di tutti e tre i punti all’ordine del giorno pena il ricorso alle procedure di risoluzione, in quanto Veneto Banca è ormai da tempo ben al di sotto dei coefficienti patrimoniali obbligatori.

La nuova dirigenza ha chiesto scusa agli azionisti per il passato e ha confermato l’intenzione di promuovere l’azione di responsabilità nei confronti dei vecchi amministratori e dei dirigenti che hanno provocato il dissesto dell’istituto: “Paiono sussistere elementi di fatto e di diritto nei confronti di taluni responsabili – ha detto il presidente Pierluigi Bolla – Non appena saranno quantificati i danni il cda convocherà un’assemblea straordinaria per votare l’azione di responsabilità”. L’amministratore delegato Cristiano Carrus non ha nascosto le difficoltà del presente, in particolare la cattiva qualità dei crediti, con prestiti in sofferenza che a fine anno arriveranno a sfiorare il 30% degli impieghi, e le filiali estere che “negli ultimi anni sono state un bagno di sangue”, ma ha insistito sul fatto che Veneto Banca ha i numeri per resistere: “Sembra che la nostra banca debba morire domani, ma non siamo come le altre quattro banche italiane salvate dal crac”, ha detto alla platea degli azionisti.

Carrus ha anche smentito che, una volta quotati, vi siano accordi per svendere il gruppo a Banca Imi che si è fatta garante dell’aumento di capitale: “L’accordo con Imi è per avere meno del 20% e ci sono una decina di altre banche che eventualmente interverranno” qualora si rendesse necessario sottoscrivere l’inoptato. In chiusura d’intervento ha chiesto ai soci di decidere “se questo sia l’ultimo giorno di Veneto Banca o l’ultimo giorno della vecchia Veneto Banca”. Il risultato si è visto: tra i soci presenti personalmente e quelli per delega, i “sì” alla trasformazione in spa sono stati 11.102 (97,2%), i “no” 244, e 85 gli astenuti. Percentuali bulgare anche per l’aumento di capitale e la quotazione in Borsa. Tuttavia, il percorso che si apre adesso e che porterà le azioni Veneto Banca a Piazza Affari entro la fine di marzo, non è né semplice né scontato.

Le perdite accumulate e le svalutazioni hanno portato il valore teorico delle azioni da 39,50 a 30,50 euro lo scorso aprile, fino a scendere ai 7,3 euro attuali, determinando per i soci una perdita superiore all’80%. Ma si tratta di un valore del tutto teorico: con la quotazione il prezzo potrà collocarsi ancora più in basso, specie se all’orizzonte non si profilerà in tempi rapidi un’aggregazione importante. Il piano industriale stand alone, infatti, non sembra molto credibile e potrebbero arrivare nuove grane sul fronte dei conti. Il collegio sindacale, che negli scorsi anni non aveva mai fatto alcun rilievo all’operato di Consoli, ha presentato una relazione in cui fa presenti diverse criticità anche riguardo alle società controllate. A tal proposito, il collegio scrive di aver disposto ai fini dell’approvazione del bilancio 2015 una verifica “sulla parte restante di patrimonio di Veneto Banca (non esaminata da Bce) pari a circa 750 milioni di euro” e sulle attività creditizie delle controllate Bim e Bap.

Da Il Fatto Quotidiano di domenica 20 dicembre 2015

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