Ciak, si gira il film della notte. Protagonisti Freud, Jung, Fellini, Bellocchio, Rilke, Pasolini e Caproni; ma soprattutto le decine di donne che con il racconto vivo ed intrigante dei loro sogni notturni danno vita al libro I sogni delle donne (Utet), scritto dalla psicanalista Lella Ravasi Bellocchio. Immagini, parole, presagi, intuizioni: la magmatica materia di cui è fatto il sogno diventa l’oggetto di confronto con l’analista. “Occuparsi di sogni significa occuparsi di sé, della psiche vivente, del corpo psichico che noi siamo; è la ricerca nei piccoli gesti quotidiani di continuità e senso tra il dentro e il fuori”, spiega la Ravasi a FQMagazine. E non stupisca quel “noi”, una soggettività plurale nell’esplorare quella che Jung definisce “la materia prima dell’esistere”: “Nel mio lavoro di analista i sogni danno senso, sono la mappa che seguo per altri, ma prima di tutto a partire da me stessa”.

L’attività professionale decennale della Ravasi, 73enne, formazione junghiana, pone come essenziale la tessitura del discorso quotidiano con i propri pazienti. “L’analisi è relazione e reciprocità”, spiega Ravasi. “E’ necessita di ascolto molto profondo. Mai nulla è scontato e più passa il tempo più ti sembra di non sapere”. E qui è meglio aprire una parantesi storico biografica, perché può far capire tutto il resto: libro, sogni e riferimenti cinematografici compresi. Alla fine degli anni settanta, durante la sua formazione a Milano, la Ravasi va in analisi dal nipote di Jung, Dieter Baumann: una notte del 1979 sogna Cesare Musatti, il padre della psicanalisi freudiana in Italia. La donna lo ricorda ancora oggi: “Ero a un ricevimento in casa sua, assieme a mia figlia. C’è un banchetto, mi avvicino e mi servo di poco ma di tutto e intanto bado che la bambina curiosi in giro e non faccia danni. Poi Musatti mi chiama nel suo studio e mi dice che ho superato la prova che consisteva nel nutrirmi con misura e nel badare a mia figlia”. Ravasi spinta da Baumann va a raccontare il sogno a Musatti stesso che lavora a Milano: “E’ estate. Il giorno dopo fui da lui, gli raccontai il sogno e poi gli chiesi di tornare. Lui disse di rivedersi a settembre. Da lì ci vedemmo una volta alla settimana e per 9 anni. Era come andare a bottega da un maestro. Era una narrazione reciproca”.

E’ il sogno rivelatore, il sogno prognostico, quello che apre le porte dell’inconscio e si svela al terapeuta, raccontato proprio in quella quarantina di declinazioni personali nel libro: dall’eros al lutto, fino alla figura materna, “ci sono sogni fondanti e altri che operano sul riciclo neuronale – spiega l’autrice – ma anche dei sogni del cavolo che non vogliono dire nulla”. Ogni sogno viene riportato quasi fosse registrato durante la seduta, poi Ravasi lo commenta e infine nevicano strofe poetiche dei più grandi autori mondiali: da Kavafis a Luzi, da Sereni ad Attilio Bertolucci.

Non mancano comunque i sogni di pazienti uomini dove si individua la loro parte femminile, tanto che ce n’è perfino uno dove il protagonista sogna di essere ‘incinto’: “I sogni riportati nel libro non propongono la ‘verità’ né del mutamento né del relazionarsi analitico, piuttosto ne mettono in luce le difficoltà, colgono del messaggio la dimensione ambigua, l’irruzione dell’ombra”. A concludere un’appendice felliniana, sulla scorta del Libro dei Sogni che il regista romagnolo modellò dagli anni sessanta e fino alla sua morte negli anni ’90: “Iniziò a scriverlo dopo aver girato La Dolce vita. Stava male, aveva un fondo depressivo molto potente, era un uomo che pativa. Andò in analisi dallo junghiano Ernst Bernhard che lavorava a Roma, il quale gli suggerì di scrivere o disegnare i suoi sogni”.

Eccolo allora, come il risultato dello scoperchiamento naturale dell’inconscio, il film fatto di sequenze, incredibili performance attoriali, script fulminanti e sconvolgenti dei sogni di donna che rielaborano l’anoressia e l’aborto, visualizzano un enorme pene o scorgono la suocera dell’analista cibarsi di crani umani. “Ciascuno di noi ha dei simboli interiori ricorrenti, qualcuno che rappresenta una figura, una memoria, un senso – conclude Ravasi – In me funziona così: ogni volta che sto per iniziare un percorso creativo entra in scena nel mio inconscio una persona. Il sogno arriva in modo autonomo, protagonista è un uomo a cui voglio bene per affinità implicita da sempre. Nel sogno siamo nella casa di campagna. C’è caos, ci sono mille oggetti del set cinematografico. Incontro l’uomo e gli dico: Ma mi avevi detto che con il film non ci sarebbe stato tutto sto casino in casa mia. E lui in modo gentile mi dice poche parole che invece di irritarmi mi mettono tranquilla. “Devi essere solo ubbidiente”, dice l’uomo”. E’ la resa all’inconscio. L’uomo è Marco Bellocchio, cognato di Lella Ravasi. Titoli di coda. Fine.

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