La Procura di Milano ha chiesto e ottenuto l’archiviazione dell’accusa di ostacolo all’attività di vigilanza della Consob contestata all’aministratore delegato di Mediobanca Alberto Nagel e a Salvatore Ligresti in relazione alla vicenda del ‘papello‘. Cioè il manoscritto in cui Nagel, a valle dell’uscita di scena dei Ligresti nell’ambito delle nozze tra Unipol e Fonsai, si impegnava a riconoscere all’allora patron del gruppo assicurativo 45 milioni di euro più altri benefici per i figli Jonella, Giulia e Paolo.

Lo scorso novembre il pm Luigi Orsi aveva chiuso le indagini nei confronti di Nagel e Ligresti ipotizzando che ci fosse stata “una trattativa” tra Mediobanca e la “famiglia Ligresti” per far ottenere benefici economici al costruttore siciliano e ai figli in cambio appunto della loro uscita di scena dal gruppo. Trattativa che, riportava l’avviso di conclusione indagini, si era conclusa con un “accordo”, il papello, che era stato chiuso in cassaforte e “tenuto nascosto” alla Consob. Il documento era stato consegnato all’avvocato Cristina Rossello, segretario del patto di sindacato di Mediobanca, che nella vicenda formalmente ricopriva solo il ruolo di creditore dei Ligresti e di Unipol oltre che di coordinatore dei consorzi di garanzia per gli aumenti di capitale varati dai due gruppi.

Dopo aver inizialmente negato l’esistenza stessa del documento, Nagel nell’agosto 2012 aveva ammesso di averlo firmato, ma solo per “presa di conoscenza e pietà” nei confronti di Ligresti. Da Mediobanca avevano più in generale smentito la ricostruzione dell’accusa, sottolineando che il papello non era un accordo e che non riguardava impegni che il gruppo bancario poteva assicurare, non trattando di asset a sua disposizione. Inoltre nessuna della richieste contenute nel documento si è mai concretizzata. Il pm, da quanto si è saputo, nella sua istanza ha voluto, comunque, ricostruire la vicenda evidenziando il ruolo dei protagonisti e criticando anche le loro condotte, ma non ha ravvisato elementi probatori sufficienti per chiedere il rinvio a giudizio e per affrontare un processo. E il giudice, poi, ha provveduto all’archiviazione classificandola tra quelle disposte per “infondatezza della notizia di reato”.

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