Prima l’hanno messa in cassa integrazione. In modo illegittimo. Poi l’hanno licenziata. Ancora in modo illegittimo, tanto che il giudice ne ha predisposto il reintegro. Ma lo scorso gennaio l’hanno licenziata di nuovo, allontanandola per la terza volta dal lavoro. Lei è Lucia Tertibolese, 46 anni e una laurea in Economia e commercio, una delle accusatrici dei vertici di Colle Cesarano, la clinica psichiatrica di Tivoli (Roma), per la quale il gruppo del M5S in regione Lazio ha chiesto di recente la revoca dell’accreditamento al sistema sanitario nazionale per una serie di presunte irregolarità.

Nel 2003 Lucia viene assunta nella società che gestisce la clinica, la Colle Cesarano di Aurelio Casati. Le cose vanno bene: “Il mio lavoro era apprezzato. Così ho iniziato quasi subito a svolgere le funzioni di capo del personale”, racconta. Dopo un po’ però la società viene messa in liquidazione e le attività sanitarie vengono rilevate dalla Geress, tra i cui soci ci sono gli imprenditori Massimo Forti e Manfredino Genova. E a quel punto iniziano i primi problemi.

“Nel 2008 ho chiesto un inquadramento superiore, corrispondente al lavoro che svolgevo davvero – spiega Lucia – Ma in tutta risposta ho iniziato a subire pratiche di mobbing. E il mio lavoro è stato affidato alla figlia e al nipote dei due titolari”. La vita di ogni giorno in ufficio diventa sempre più difficile. Anche la salute inizia ad accusarne, racconta. Lo scontro con i vertici dell’azienda si fa sempre più duro. A luglio 2010 viene messa in cassa integrazione straordinaria insieme ad altri colleghi: si parte con sei mesi, poi prorogati di altri due anni. Lucia ritiene la procedura non legittima e si rivolge al tribunale del lavoro. Il giudice, nel giugno del 2012, le dà ragione e condanna Geress a rimborsarle 70mila euro, la differenza tra quanto percepito in cassa integrazione e lo stipendio che avrebbe dovuto ricevere. Passeranno più di due anni prima che lei riesca ad avere i suoi soldi.

Nell’agosto del 2012 rientra al lavoro. “Ma non trovo nemmeno una sedia su cui sedermi – continua -. E nessuno mi dà compiti da svolgere”. Due mesi dopo viene inserita in una nuova procedura di riduzione del personale. Lei non accetta il demansionamento previsto dall’accordo tra azienda e sindacati e così a luglio 2013 viene licenziata. Fa di nuovo ricorso e a novembre il giudice impone il suo reintegro. Intanto Lucia ha iniziato a raccogliere documenti sulla Geress, ad analizzarne i bilanci. Ci sono aspetti sulla gestione della clinica che non la convincono. Già nel 2011 invia alcune email agli uffici della Regione che due anni dopo, sotto Nicola Zingaretti, concederà lo stesso alla struttura l’accreditamento definitivo con il servizio sanitario nazionale.

Scrive anche a Zingaretti, informandolo delle procedure illegittime di licenziamento subite dalla struttura accreditata. E va oltre: parla di mala gestione della clinica, di rimborsi regionali ottenuti al di fuori degli accordi sull’accreditamento. Dalla Regione nessuna risposta, se non un’email dello scorso dicembre che nulla c’entra con le comunicazioni inviate da Lucia: l’assessorato al Lavoro la informa che a breve partirà un nuovo strumento a favore di chi ha perso il lavoro, il ‘contratto di ricollocamento’. Lei replica secca: “La sottoscritta ha denunciato fatti gravi e documentati. Pertanto vi invito a prestare maggiore attenzione al contenuto delle email”.

A gennaio 2015 per Lucia arriva un nuovo licenziamento, che oltre a lei coinvolge altri 27 colleghi. Ma non si dà per vinta. Cinque mesi fa presenta in procura a Roma una denuncia sull’accreditamento della clinica. E in procura a Tivoli una querela per le vessazioni che sostiene di avere subito al lavoro. Già in passato aveva presentato delle denunce, ma questa volta le indagini dei pm sembrano più decise: a Roma il fascicolo è aperto con alcuni nomi già iscritti nel registro degli indagati. La vicenda, del resto, ha punti di contatto con le inchieste su Mafia Capitale. Anche gli esponenti del M5S hanno presentato un esposto, oltre a una serie di interrogazioni in Regione. Fino alla richiesta di revoca dell’accreditamento.

Contattato da ilfattoquotidiano.it, l’amministratore e socio di Geress Manfredino Genova dice di ritenere “legittime” tutte le azioni messe in pratica dalla società: “Abbiamo ogni documento necessario a dimostrarlo. Tutti i licenziamenti facevano parte del piano di ristrutturazione reso necessario dalla normativa regionale. E contro Tertibolese non c’è stato alcun accanimento”.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

Mafia capitale, Regione Lazio aumentò rimborsi a clinica citata in inchiesta

next
Articolo Successivo

Expo col trucco: 1,8 milioni di visitatori fantasma. I dati che sbugiardano Sala

next