Una mozione degli affetti. A questo si è ridotto in estrema sintesi il tanto atteso discorso sulla tutela degli assicurati che il presidente dell’Ivass, Salvatore Rossi, ha pronunciato dal palco dell’assemblea annuale dell’Ania, l’associazione di categoria delle imprese assicuratrici. Un discorso teso a spiegare che se le compagnie si comportano male nei confronti dei clienti, questi ultimi perderanno fiducia nel settore (ammesso che ce l’abbiano la fiducia) con danni economici per le assicurazioni stesse sia in termini di perdita di business, sia in termini di crescita del contenzioso.

Pannicelli caldi per un settore in cui da tempo le imprese scaricano sui clienti tutti i rischi, per di più facendoli pagare a caro prezzo, ottenendo in cambio grandi regali dal governo, come ad esempio le nuove, scandalose, tabelle per il risarcimento in caso di infortunio. Ma Rossi di questo non parla. Anzi, la scorsa settimana presentando la Relazione annuale dell’Ivass ha lodato il decreto Competitività del governo, perché i consumatori si tutelano anche, se non soprattutto, tagliando i risarcimenti. Ma stiamo all’oggi: sulla trasparenza delle polizze Rossi spiega che l’eccesso di regole tende a favorire il loro aggiramento e le informazioni da fornire alla clientela devono essere semplici, facili da comprendere e al tempo stesso significative.

“Fatte le buone regole (che evidentemente ancora non esistono, ndr) ne va assicurata l’applicazione da parte delle imprese”. Chi vigila? L’Ivass, certo, ma “può aiutare l’autoregolamentazione”, sottolinea Rossi aggiungendo che “i clienti (bada bene: i clienti, non gli assicurati, ndr) vanno d’altro canto responsabilizzati accrescendo in loro la consapevolezza dei fondamenti della razionalità economico-finanziaria”. A chi toccherebbe questo compito Rossi non lo dice anche se è abbastanza evidente che parlando di clienti parla di imprese. Del resto, spiega, i clienti “non possono essere confinati in una condizione di minorità psicologica e culturale” perché questa non solo li espone “alle possibili soperchierie delle imprese”, ma – altrettanto, se non più grave – “alla cattura da parte dei professionisti della tutela”. Che sarebbero? Anche qui Rossi non lo dice, e sbaglia. Che intenda le associazioni dei consumatori? Magari quel sottoinsieme di associazioni che non stipulano convenzioni con le compagnie o con le banche, ma si limitano a difendere assicurati e correntisti talvolta denunciando gli omessi controlli delle autorità di vigilanza? O piuttosto ce l’ha con gli avvocati? Certo è che così dicendo strizza l’occhio alla platea delle compagnie di cui è ospite e non certo agli assicurati, nel cui nome e per la cui tutela l’Ivass deve agire per legge.

Non si tratta dell’unico passaggio inquietante del discorso di Rossi. C’è ben di peggio. Riferendosi ai rapporti che l’Istituto di vigilanza intende intrattenere con i soggetti vigilati, Rossi spiega che questi rapporti devono evolvere “verso forme più adulte”. Cosa significa? E’ presto detto: “E’ assolutamente strategico stabilire a che punto collocarsi nel trade-off fra redditività nel breve periodo e rischi reputazionali e legali nel lungo – dice Rossi agli assicuratori – In parole povere, quanto si può tirare la corda senza spezzarla nel proporre alla clientela prodotti complessi, nell’orientare gli incentivi alla rete di vendita solo verso i volumi, nel resistere alle pretese risarcitorie dei danneggiati. E’ una decisione che spetta agli organi di vertice dell’azienda”.

All’Ivass spetterebbe controllare nell’interesse degli assicurati, ma – per stessa ammissione del suo presidente – “anche nel campo dei rapporti con i clienti (così come in quello dei rischi, ndr) è necessario un linguaggio comune di analisi”, più facilmente sviluppabile attraverso il coinvolgimento dei consigli d’amministrazione delle compagnie su questa materia. In pratica, Rossi propone che controllore e controllato decidano insieme fino a che punto si può tirare la corda con gli assicurati. E non è una forzatura dato che nel passaggio conclusivo del suo discorso sostiene che “la miglior tutela del consumatore, oltre che in una sana concorrenza, sta in una comunanza di interessi: delle autorità pubbliche a colmare le asimmetrie informative sul mercato; delle imprese ben gestite a salvaguardare la reputazione nel lungo periodo, da cui dipendono i loro destini”. Detto questo, cos’altro ci si può aspettare? Non certo che l’Ivass conti qualcosa di più di un due di picche a briscola, dato che il vero dominus del settore è l’Ania, che pretende e ottiene tutte le modifiche legislative e regolamentari che richiede.

E l’Ivass si inchina: come ricorda Rossi, su richiesta delle stesse compagnie l’istituto ha “alleggerito taluni adempimenti”, come ad esempio nella gestione dei reclami, e in cambio ha formulato l’auspicio che le imprese assicuratrici “adottino una politica di equo trattamento degli assicurati”. Per non parlare delle sanzioni agli intermediari, la cui “efficacia dissuasiva”, ammette Rossi, “è quasi nulla, perché non pagarle è la regola: nel 2014 a fronte di provvedimenti sanzionatori per circa 4 milioni di euro, sono affluiti nelle casse dell’erario meno di 300mila euro”. La soluzione? Per Rossi è la responsabilizzazione degli intermediari stessi attraverso la creazione di un organismo di autogoverno. Mozioni degli affetti e pannicelli caldi per un settore che continua a fare e brigare come vuole, in una sorta di far west legalizzato dove a rimetterci sono sempre e soltanto gli assicurati.

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