E’ l’hashtag di Medici Senza Frontiere (MSF) che alla vigilia del Consiglio Europeo del 25-26 giugno denuncia le vergognose conseguenze dell’inazione degli stati membri dell’Unione Europea che stanno ignorando le proprie responsabilità umanitarie. MSF lancia un appello ai leader europei: ripensare in modo radicale le proprie politiche migratorie, per offrire vie legali e sicure a chi cerca protezione in Europa.

MSF si aggiunge al sempre più folto coro di chi chiede all’Ue protezione adeguata e condizioni di accoglienza umana per i migranti. Secondo MSF, quella in atto è una vera e propria crisi umanitaria che non si origina da “numeri ingestibili di migranti e rifugiati”, quanto piuttosto da “carenze croniche nella gestione dei nuovi arrivi”. Anziché continuare a perdere tempo discutendo su chiusura delle frontiere interne ed esterne, costruzione di muri e lanci di ultimatum reciproci, gli Stati membri dell’UE sono chiamati a mettere in atto – insieme – politiche e pratiche umane e adeguate per affrontare il problema. Pena, il definitivo fallimento del progetto della stessa Unione Europea.

Anche perché, dati alla mano, ai contribuenti europei costa molto più respingere e rimpatriare piuttosto che accogliere: come riporta Internazionale, solo negli ultimi 15 anni, abbiamo speso 11,3 miliardi di euro per le espulsioni degli “irregolari” e 1,6 miliardi di euro per i controlli alle frontiere. E a mostrarlo chiaramente è Migrants Files, collettivo di data journalists, in uno studio sui costi monetari sostenuti dagli stati europei in questa nuova guerra ai migranti.

E i costi politici e umani? Il Regolamento di Dublino fa acqua da tutte le parti, la Grecia – denuncia MSF – ha “un sistema di accoglienza praticamente inesistente e le condizioni sono ogni giorno più preoccupanti”. E se guardiamo all’Italia il quadro che si delinea è composto da centri primo soccorso e accoglienza sovraffollati in cui il rispetto dei diritti umani fondamentali è spesso messo in crisi, una seconda accoglienza fatta di pochi piccoli centri realmente funzionanti e grandi centri la cui funzione di accoglienza è inadatta, nonché messa seriamente in dubbio dalle inchieste giudiziarie da cui sono investiti.
Senza dimenticare l’eccessiva lunghezza con cui le commissioni territoriali determinano lo status di rifugiato politico (in teoria, dovrebbero decidere entro 30 giorni dalla presentazione della domanda di asilo o di protezione, mentre in pratica i tempi burocratici si traducono anche in oltre un anno) e gli inesistenti percorsi di integrazione post riconoscimento: punti nevralgici a partire dai quali è il nostro stesso sistema di accoglienza a creare l’illegalità.

Risultato: migliaia di migranti in transito – che non vogliono restare in Italia – sono oggi ammassate in occupazioni nelle nostre principali città e a Ventimiglia, perché, come nel 2011, la Francia ha chiuso il confine. Se si guarda ai numeri, dall’inizio del 2015 si sono registrati 60,000 arrivi in Italia: una cifra simile a quella nello stesso periodo del 2014. Ma questi numeri hanno un reale impatto sulla “nostra Europa”?

“Dobbiamo renderci conto che solo 70mila siriani sono arrivati in Europa a fronte di 3,5 milioni che invece si sono rifugiati soprattutto nei Paesi confinanti con la Siria. Stiamo parlando del due per cento in tutta l’Unione Europea e di meno dello 0,1 per cento in Italia. Fare chiarezza sui numeri è importante, per non andare incontro a errori di valutazione quando si parla di emergenza profughi: emergenza sì, ma per la loro stessa vita, purtroppo”. Queste sono le parole di Nawal Soufi, attivista italo-marocchina di Catania, tratte dal libro di Daniele Biella “Nawal, l’angelo dei profughi” (Edizioni Paoline). La giovanissima Nawal, con l’aiuto di una rete di attivisti sparsi sul territorio italiano (oggi europeo), dal 2013 al 2015, su base volontaria e senza supporto di fondi governativi, ha dato vita a un capillare sistema di prima accoglienza che parte dalla ricezione delle chiamate di SOS dalle imbarcazioni in difficoltà in mezzo al mare fino all’aiuto dei profughi nelle stazioni dei treni e dei pullman dove i migranti transitano per poter raggiungere famiglie e amici in altre città del nord Europa. Senza fondi, questi attivisti hanno dimostrato alle istituzioni che una prima forma di accoglienza umana e dignitosa è possibile.

Solo pochi giorni fa, l’agenzia Redattore Sociale, ha pubblicato “12 storie di progetti (dalla Sicilia al Piemonte) che funzionano e d’integrazione compiuta: storie di rifugiati e richiedenti asilo, accolti dal sistema di protezione Sprar, che hanno trovato in Italia la possibilità di formarsi e un’occasione di lavoro”.

Se quindi, con dati alla mano, di emergenza non si può parlare, perché si continua a parlare di emergenza? Non sarà forse che “il trucco” sia proprio nel tipo di racconto del fenomeno migratorio offerto al pubblico? Un racconto che inevitabilmente genera paure e ansie in chi è già messo in ginocchio da una crisi economica e sociale di cui si stenta a vedere la fine. Se ne deve essere accorta Arianna Ciccone, giornalista di Valigia Blu che ha proposto dei “racconti-anticorpo contro il veleno dell’odio e dell’intolleranza che ci vuole disumani”: un mosaico multimediale dove tutti (anche voi che leggete) possono segnalare piccole e grandi storie di accoglienza e solidarietà.

Perché c’è un’Europa che “deve vergognarsi” per le sue politiche votate all’odio, alla paura, alla chiusura, alla guerra-a-chi-fugge-da-guerre, e che può essere smascherata con dati alla mano.
Ma c’è anche un’Europa fatta di piccole grandi esperienze locali di solidarietà, accoglienza e convivenza che vanno conosciute e ascoltate. Prima che sia troppo tardi.

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