Il 12 febbraio, mentre in centro e nella zona sud di Rio il clima di carnevale aveva già rapito tutti, cinque giovani tornavano verso casa nella favela di Marè, zona nord ben lontana dai lustrini. Raffiche di fucilate hanno interrotto il loro rientro. Scambiati per trafficanti di droga dall’esercito. Solo per caso un solo ragazzo è rimasto ferito. Nessuna fortuna invece per il manovale ucciso con un colpo di fucile automatico alla schiena nella stessa favela il giorno 20. Scambiato per trafficante mentre lavorava in un cantiere. Cinque i feriti, appena il giorno dopo, durante un’azione dei militari. Operai di rientro da una giornata di lavoro, scambiati per trafficanti e presi a fucilate.

Anche per loro proiettili di pace. Quelli della “Forza di pacificazione” dell’esercito brasiliano, impegnato da undici mesi in un’operazione di bonifica della favela, prologo dell’arrivo della “Unidade de Policia Pacificadora” della polizia militare. Gli episodi delle ultime due settimane, a chiusura di una lunga lista di morte, violenze e abusi commessi delle forze di sicurezza e denunciati dai residenti, hanno spinto i ‘favelados’ e numerose associazioni a scendere in piazza. La protesta è stata organizzata per la sera del 23 con un unico slogan: pace e rispetto per i residenti.

Il pacifismo dell’iniziativa è pero durato poco. E’ bastata una scintilla, dall’origine incerta, perché esercito e polizia scaricassero un enorme volume di fuoco sulle poche centinaia di manifestanti prima, e sull’intera popolazione della favela poi. In risposta alla violenza della polizia, per la prima volta da parte della comunità c’è stata una vera a propria sommossa: interruzione della viabilità sulla ‘linha amarela’ e lanci di pietre e altri oggetti contro la forse armate e di polizia. Di fronte a questa escalation soldati e agenti non hanno esitato a usare anche armi da fuoco. Decine le immagini di pistole e fucili puntati ad altezza uomo, immortalate da giornalisti presenti all’evento. In volumi impressionanti è stato usato poi gas lacrimogeno per cercare di spingere le persone a rientrare in favela durante le lunghe ore di guerriglia, concluse con l’arrivo anche dei mezzi anfibi della marina militare. Decine gli intossicati. Un ferito con arma da fuoco è stato ricoverato. Molti altri, però, visto il rischio di ritorsioni da parte della polizia nei prossimi giorni, potrebbero non aver ricorso alle cure mediche.

L’estrema risolutezza usata per reprimere la protesta evidenzia quanto le strutture della sicurezza carioca mirino a contenere ogni possibile contestazione. Una linea di condotta già utilizzata con successo durante le manifestazioni in occasione dei mondiali di calcio dello scorso anno, che in occasione delle Olimpiadi in programma a Rio nel 2016, non sarà certamente abbandonata. Impossibile però sarà nascondere la situazione che si vive nelle favelas carioca. Nonostante una stampa completamente a favore e sempre meno interessata alle favelas, come denunciato di recente anche dal New York Times.

La resistenza dei trafficanti decisi a mantenere il controllo della favela e i nervi tesi di militari non addestrati a questo tipo di attività e garantiti da una irridente impunità, ha creato una vera polveriera. Situazione che a Marè dura da quando le comunità sono state occupate da oltre 2000 militari dell’esercito lo scorso marzo. In mezzo, come sempre, i residenti: stretti tra le minacce, i soprusi e le violenze dei trafficanti da un lato; la protervia e gli abusi di potere e il grilletto facile dei militari dall’altro.

Twitter: @luigi_spera

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