“Finché mi accusano di omicidi… ma la droga no… come trovo il giornalista gli fratturo la faccia… tanto sarà scortato così gli aumentano pure la scorta”. E’ il 7 dicembre 2012. Il telefono di Massimo Carminati è intercettato. L’ex Nar ed ex banda della Magliana, che secondo le indagini del Ros di Roma è al vertice di Mafia Capitale, è infuriato. Ha letto un’inchiesta pubblicata su L’Espresso che lo riguarda. Le minacce sono per Lirio Abbate che firma l’articolo e descrive il presunto boss “come soggetto dedito al traffico di stupefacenti“.

Una definizione che “il cecato” non gradisce: “Finché mi dicono che sono il re di Roma mi sta pure bene, come l’imperatore Adriano però sugli stupefacenti non transigo lunedì voglio andare a parlare col Procuratore Capo e dirgli: se sono il capo degli stupefacenti a Roma mi devi arrestare immediatamente”.

L’episodio emerge dalle carte dell’inchiesta che ha portato in carcere 37 persone e ha smascherato le infiltrazioni in Campidoglio della banda fasciomafiosa guidata da Carminati. Il cronista de L’Espresso, che da sette anni vive sotto protezione per le minacce ricevute dalla mafia, aveva scritto di questi interessi criminali già prima dell’operazione Mondo di Mezzo.

E nel novembre scorso era stato vittima di un’intimidazione: la sua auto con a bordo la scorta venne speronata. Una delle due persone a bordo riuscì a fuggire. Mentre gli agenti bloccarono il conducente, un ventenne incensurato che non volle spiegare il motivo del gesto. Intimidazione “fascio-mafiosa”, titolava invece il settimanale. Adesso non si esclude che le parole di Carminati e l’episodio possano essere collegati.

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