Non deve stupire che Stefano Bonaccini non si sia dimesso dalla candidatura per diventare presidente della Regione Emilia Romagna. Un motivo evidente è che Bonaccini ha già affrontato almeno un processo e ne è uscito assolto, ma nel frattempo non si era dimesso da niente. Quando è arrivata l’assoluzione era già a Roma nella imponentissima segreteria renziana. Insomma, prima che arrivi al primo grado fa in tempo a vincere le primarie, essere eletto e concludere il primo mandato. Dunque vada pure Bonaccini.

Diverso l’approccio di Richetti. Non ha dato la colpa all’inchiesta, ma al partito che gli aveva già preferito l’altro indagato. Devo dire che tra i due c’è comunque una differenza di stile. Quando sul fattoquotidiano.it dell’Emilia Romagna uscivano articoli sulle indagini nei loro confronti, Richetti alzava il telefono e chiamava per ribattere. Bonaccini, fiero di una vecchia amicizia con uno degli azionisti del Fatto, chiamava lui. Non ottenevano niente entrambi, ma diciamo che Richetti ci metteva la faccia.

L’atteggiamento è il medesimo, seppur da prospettive diverse. Aspettiamo di vedere quello che farà Bonaccini. Meglio, aspettiamo di vedere cosa Renzi, appena ha un minuto libero, deciderà di fare. Probabile che chieda aiuto a Graziano Delrio, ma questo gli costerebbe perdere il controllo sulla Regione che porta poi quattrini nelle casse magre del partito. Ho sentito un autorevole dirigente del Pd bolognese fare il nome di Pier Luigi Bersani, lo ha già fatto due volte il presidente della regione Emilia Romagna, ma la legge che impedisce il terzo mandato non è retroattiva. Consiglio a quel dirigente anche di sondare la disponibilità di Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini, che comunque portano in dote dialetto bolognese e abbronzatura tutto l’anno.

Alla fine toccherà al solito “fratello” Denis Verdini risolvere i pasticci, magari candidando come avversario del malcapitato un ex portiere del Bologna come fece contro Renzi a Firenze (leggi Giovanni Galli). Oppure agli elettori, che potrebbero anche restare a casa.

Per chi volesse puntare sui 5 Stelle, sappia che non è il caso: uno (Favia) è stato espulso, l’altro – Defranceschi – è indagato, paga gli errori suoi e quelli di Favia. Un pasticcio sul quale vale la pena scherzare, perché il sentimento comune non può che essere di pena. Bisognerebbe capire se siamo sbagliati noi che li eleggiamo, o loro, che pensano al resto. O entrambe le combinazioni.

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