Mi piace settembre perché è un mese tendenzialmente non urlato e non alterato né troppo tronfio né troppo sgargiante, al riparo dai corsi e ricorsi delle imprescindibili mode. L’estate declina, l’ottobre caldo deve ancora venire. Persino il comune senso dell’immaginario si guarda bene dal corromperne la sfumata soglia.

L’imperativo categorico dell’azione abdica in favore della riflessione, della promessa di cambiamenti futuri; il culto fondamentalista del divertimento cede il passo al relativismo delle idee fresche, di mezzo. Tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno si è tutti un po’ più leggeri e un po’ più veri.

Con le sue mezze tinte, la sua gentilezza, la sua malinconia, settembre è una sospensione introspettiva, un dolce strappo, una romantica distrazione. È un’ipotesi e non una tesi. Il tempo interiore si dilata mentre quello sociale si restringe.

Cessa il timor panico di “non godersi appieno la vita”.

A settembre ci si porta tranquillamente in giro i propri dubbi e ombre; si rallenta. Si comincia a perdere l’abbronzatura e si torna a scuola e al lavoro, per chi ce l’ha. Le migliori colonne sonore, i film indimenticabili, i romanzi della nostra vita sono tutti stati scritti in un settembre della mente.

Ferragosto non partorisce ricordi.

Settembre, tempo agrodolce, raccoglie l’estate e prepara l’inverno.

Certo, a settembre ricomincia il campionato e riaprono i talk-show politici, e i social network tornano a ribollire invano, e incombono tasse incongrue da pagare, e molti negozi e aziende non rialzano le saracinesche, e forse arriverà una manovra correttiva di bilancio anche se l’Italia riparte, c’è chi twitta sì, c’è chi twitta no.

E si rimpiange questa presunta estate. 

 

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