Le stazioni di benzina sulle autostrade sono al collasso: le aree continuano a chiudere, calano gli investimenti e peggiora la qualità dei servizi. Tutto questo mentre il prezzo alla pompa continua a salire e i consumi a scendere più che nel resto della rete, cioè nei centri abitati. Dal 2008 al 2013, secondo le stime del sindacato Anisa, le vendite sulla rete autostradale sono franate in media del 45% e l’erogato è crollato da quasi 7,5 milioni di litri a poco più di 4,1.

C’è la crisi economica, ma non solo. Dopo numerose mobilitazioni dei benzinai, il governo decide di intervenire. Nel mese di aprile il ministero delle Infrastrutture, retto da Maurizio Lupi, ha chiesto un parere all’Antitrust, che ha puntato il dito contro il “valore estremamente elevato” delle royalty, le somme versate dalle compagnie petroliere alle concessionarie autostradali. Il Garante della concorrenza denuncia la crisi di moltissimi impianti e “l’emergere di prezzi sempre più alti rispetto a quelli sulla rete ordinaria, con l’effetto perverso di scoraggiare ulteriormente i consumi”. Con una riduzione delle royalty, prosegue l’Antitrust, “si potrebbe addirittura avere un effetto di riduzione dei prezzi praticati presso le stazioni di servizio, dal momento che i costi fissi delle società petrolifere diminuirebbero”.

Prima della privatizzazione di Autostrade per l’Italia (Aspi) del 1999, stima il Centro studi del sindacato Fegica Cisl, le royalty pesavano in media 25/30 lire al litro. Con la prima tornata di gare di Aspi alla fine del 2002, sono salite mediamente a 4/5 centesimi di euro al litro e nel 2008 arrivano a una media tra gli 8 e i 10 centesimi al litro. Aspi non è un caso isolato. Nel 2006 Autobrennero passa da una media pre-gare inferiore al centesimo al litro (0,98 cent/litro) ad una media post-gare di quasi 10 centesimi (9,29 cent/litro). In termini reali (al netto dell’inflazione), la crescita è ancora più accentuata perché il valore delle royalty si riferisce a un traffico automobilistico superiore di oltre il 10% a quello attuale. “I contratti si basano sui volumi di erogato di 5 anni fa, ma in questi anni la situazione è cambiata, in peggio purtroppo”, dice la sigla Faib Autostrade. I rappresentanti dei gestori dicono che la crescita delle royalty ha una spiegazione precisa: le compagnie si sono fatte la guerra a colpi di rilanci per aggiudicarsi un’area di servizio. La convinzione, a posteriori erronea, era che i consumi non sarebbero scesi così tanto. Inoltre, per una compagnia avere un distributore in autostrada è una buona vetrina.

Dopo l’Antitrust si muove il ministero delle Infrastrutture, che elabora un “Atto di indirizzo”. I tecnici del governo suggeriscono un pacchetto di interventi per ristrutturare le aree di servizio, chiudere le stazioni meno redditizie e assicurare “un più ordinato e razionale svolgimento delle procedure competitive”. Il ministero “invita” anche le concessionarie a concedere una proroga tecnica di 18 mesi per gli affidamenti scaduti o di prossima scadenza, comunque non oltre il 31 dicembre 2015. A fine giugno, infatti, scadrà più di una concessione e molti punti vendita rischiano di restare a secco, visto che più di una compagnia petrolifera ha fatto intendere di non voler partecipare a un nuovo bando. Una gara è già andata deserta in due aree di servizio dell’autostrada Brebemi. “La grave situazione di crisi che attualmente interessa il settore è un elemento che potrebbe scoraggiare le società petrolifere – in qualche caso dissuaderle del tutto – dalla partecipazione alle gare”, si legge ancora nel parere dell’Antitrust. Per lunedì il ministero dello sviluppo economico ha convocato i sindacati dei gestori, dopo l’annuncio dello sciopero sulla rete ordinaria. Si parlerà anche di autostrade.

 

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