Sono passati sei mesi e qualche giorno dal passaggio del ciclone Cleopatra in Sardegna che ha provocato 17 le vittime, e danni per 600 milioni di euro. Case distrutte, campi cancellati, strade interrotte, attività da reinventare e tanti interrogativi (e polemiche) sull’utilizzo del territorio già nelle prime ore. Ma l’alluvione è stata anche una grande prova di solidarietà nazionale, e di unità. D’un tratto la viralità della rete si è trasformata in informazioni preziose e doni recapitati lì dove servivano. Ora di nuovo, a fine maggio, un evento rilancia la gara di solidarietà, una mano tesa all’Isola che stenta a sollevarsi e a ricostruire.

Il 31 maggio, a Cagliari, si terrà il concerto maratona Sardegna chi_ama con decine di artisti: da Samuele Bersani, a Lella Costa, da Ascanio Celestini a Eugenio Finardi. L’evento è stato organizzato dal trombettista jazz Paolo Fresu e da Dromos con duplice intento: raccogliere i fondi per la ricostruzione delle scuole danneggiate (62 in tutto), e allo stesso tempo lanciare una riflessione a livello nazionale sullo stato del territorio. Per questo ci sarà un convegno, ed è stato creato il manifesto Italia_Paradiso, aperto alle sottoscrizioni online.

Non solo solidarietà, quindi: “Sentiamo il bisogno di una pubblica amministrazione più forte e decisa, che sappia pianificare un futuro sostenibile e florido, abbandonando burocrazie e clientelismi, privilegiando il merito, senza rincorrere gli interessi del breve periodo”. In una parola, speculazione. “Una volta è la Sardegna, un po’ di tempo dopo la Liguria con Imperia, poco fa le Marche con Senigallia, le situazioni si ripetono – spiega Alessandro Del Piano, urbanista e curatore scientifico del progetto -. Se non si ripensa al territorio e al consumo di suolo, non si cambia. E l’economia funziona se funziona il territorio, costruire per costruire non ha più senso”.

Concetti e propositi che ricadono sulla quotidianità delle persone. Come sintetizzano i video di Gianluca Vassallo con i racconti in prima persona di chi ha vissuto il giorno dell’alluvione. La paura, il rischio e la speranza di una bimba, di chi dice: “Sono qui e posso raccontarlo”. Testimonianze che arrivano dal Nord Est della Sardegna. E non è un caso che la Gallura e soprattutto Olbia siano state le zone più colpite dall’eccezionale bomba d’acqua dove ad Arzachena un’intera famiglia è morta in un seminterrato. Le strade e i cortili il 18 novembre del 2013 sono diventati d’un tratto paludi, le auto trascinate via dall’acqua di quei canali tombati considerati innocui rigagnoli.

Dagli anni ’70, quelli del boom dell’edilizia, a oggi proprio a Olbia si contano ben 16 piani di risanamento. L’ultimo nel 2002, quando interi quartieri abusivi di fatto sono stati “regolarizzati”. Palazzine costruite su semplici acquitrini o in zone agricole diventate lottizzazioni. Non solo case private, ma anche edifici pubblici. Il simbolo è proprio la scuola materna ed elementare Maria Rocca, dove le piccole vittime hanno lasciato i banchi vuoti. Ma lì, ormai, non ci sarà più posto per gli alunni perché le sue fondamenta poggiano infatti sull’acqua bloccata dal cemento.

È stata individuata un’altra area e sarà ricostruita da capo. Così come tante altre, si spera. E mentre la ricostruzione va a rilento, con gli abitanti che scendono in piazza, le indagini della Procura di Tempio Pausania vanno avanti. In tredici devono rispondere di omicidio colposo e disastro colposo per non aver informato tempestivamente dell’imminente pericolo. Sono i vertici regionali, provinciali e comunali della Protezione civile, l’ex governatore Ugo Cappellacci e il sindaco di Olbia, Gianni Giovannelli.

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