La cosa più difficile da capire di quella mattina di diciassette anni fa, fu: chi è matto? Chi no? Era il mio primo giorno da obiettore. Mi ero appena laureato. Avevo fatto richiesta per la Casa dello Studente. Attaccata all’Ateneo, facile da raggiungere. A pranzo avrei potuto mangiare a casa. Insomma: se proprio dovevo buttare un anno, almeno riuscivo ad ammortizzare i danni.

Questo pensavo: è tempo buttato. Ma perché devo sprecare un anno della mia vita in questo modo? Quanto mi sbagliavo.

Torniamo al manicomio. Santa Maria della Pietà. Il più grande d’Europa. Già allora i padiglioni ancora in funzione erano davvero pochi. Stavano trasferendo “gli ospiti” (termine politicamente corretto che aveva sostituito i consueti “malati”, “degenti”, “pazienti”) presso le case famiglia. Una bellissima giornata di maggio. Un giardino fiorito.

Vedo un elegante signore (giacca e cravatta) seduto su una panchina intento a leggere un libro. “È il mio uomo”, penso. “Sarà il primario. Uno psichiatra di fama internazionale”.

Mi avvicino leggiadro e domando: “Scusi…”. Non riesco ad andare oltre. Lui alza lo sguardo e mi vomita sulle scarpe. Che, magari, non erano proprio di moda. Ma non facevano così schifo.

E così, io che non avevo mai avuto contatti con il disagio mentale, mi trovai a passare un anno fianco a fianco a una straordinaria combriccola di matti (di gran lunga preferito al termine “ospiti”). È stata una delle esperienze più incredibilmente formative della mia vita. Forse la più bella. Sicuramente quella che mi ha lasciato di più.

Ne sono uscito cambiato. Immodestamente, molto migliorato. Ho maturato la convinzione che il servizio civile dovesse essere reso obbligatorio per tutti (uomini e donne).

Si parla nuovamente di riforma del “terzo settore”. Mi piacerebbe fosse la volta buona. Quella in cui si riconosce il valore etico ed economico di questa esperienza. Quella in cui si fa pulizia nel mondo dell’assistenzialismo e si premia chi lo fa con dedizione e serietà. Perché la solidarietà non può essere delegata ai buoni sentimenti. Non può essere appannaggio di una sorta di esercito della salvezza o di un club esclusivo che indossa la sua spilletta, organizza cene costosissime e torna a casa sentendosi Gandhi.

È una cosa seria. Che va fatta puntando su formazione, cultura. È un campo in cui bisogna investire. È un’esperienza che deve fare curriculum. Mai nessun mi ha mai chiesto durante un colloquio di lavoro: come è stato passare un anno in manicomio?

Vi assicuro che vale molto di più del presentare un programma tv in prima serata.

Chi mi è stato vicino ha capito quanto fossi cambiato in quell’anno.

Tant’è che mia madre, sentendomi esprimere dei dubbi sull’effettiva utilità dei servizi sociali svolti da Berlusconi, mi ha detto: “Se ha fatto così bene a te, magari fa bene anche a lui”.

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