Eccolo, il nuovo mostro: Ask.fm, il social network che ha offerto ai ragazzi bolognesi la possibilità di organizzare una maxi rissa ai giardini Margherita è finito al patibolo. Da quattro giorni non si fa altro che parlare di Ask e del fatto che garantisce l’anonimato. Sociologi, psicologi, filosofi hanno detto tutti la loro. Per sapere chi lo usa, come viene utilizzato mi sono registrato. Sono entrato con i miei ragazzi nel pianeta Ask per andare a vedere tutta questa generazione violenta.

Ho fatto il mio accesso tramite Facebook. Dei circa 20 amici che hanno un profilo con il social network lettone, 19 sono tra i 12 e i 18 anni. La più piccola è una mia ex alunna di 11 anni (la registrazione dovrebbe essere dai 13 anni ma basta barare sull’età ed è fatta). 

Alcuni di loro li conosco bene: ragazzi e ragazze che non farebbero male a una mosca, che conoscono le regole del vivere insieme, che sono stati educati all’uso responsabile della tecnologia. Gente che ha buoni risultati a scuola, che frequenta altre persone e non ha certo alcuna malattia da web o da telefonino. E i violenti? I bulli? Dove sono? Certo qualche parola scurrile, volgare al limite della decenza c’è. Sicuramente il fatto di parlare in forma anonima aiuta, facilita. Il vero problema è: perché si ha la necessità di essere anonimi?

Al di là di Ask.fm, nascondersi, celare la propria identità significa non assumersi le proprie responsabilità. Sentire la responsabilità di ciò che faccio e dico è essenziale ed educativo.

Che si scrivono su Ask? Qualcuno domanda e qualcuno risponde: “perché sei stata bocciata?”, “chi ami di più?”, “sei fidanzata?”. Che piaccia o no ma è il loro altro modo di comunicare.

Il problema è quando qualcuno usa questo strumento per fare del male, per fare il bullo. Quando avevo 12 anni, ero stato protagonista di un triste episodio di bullismo: avevo distrutto con altri compagni la bicicletta del più secchione della classe. Mirko ci restò talmente male che lui e la sua famiglia per anni mi tolsero il saluto. Non avevo Ask o Facebook ma ero stato violento. Forse nessuno mi aveva spiegato le regole del gioco della vita.

A Bologna, ai giardini Margherita, sono arrivati in 250 ragazzi che si erano dati appuntamento sul social network: possibile che nessun insegnante, nessun genitore abbia avuto le antenne per captare ciò che stava accadendo?

Demonizzare Ask, Facebook o altro serve solo ad allontanare i nostri ragazzi che ci riterranno dei brontosauri del web. Adele Corradi, maestra che ha vissuto con don Lorenzo Milani racconta: “Non succedeva niente a Barbiana all’insaputa del maestro. E questo derivava dal fatto che il maestro conosceva molto bene i suoi ragazzi. Si viveva nell’attenzione. Ma il rapporto rimaneva sereno, il maestro così attento semmai facilitava la vita, non ci si sentiva vigilati”. Abbiamo bisogno di coniugare al presente, nelle nostre classi quel “vegliare” milaniano.  

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